Intervista esclusiva a Boateng: i Mondiali, Del Piero e la A


Il centrale tedesco, campione del mondo con la Germania nel 2014, torna a parlare di calcio dopo le complesse vicende giudiziarie e personali che l’hanno visto protagonista analizzando l’attuale Mondiale, ripercorrendo i momenti più alti della sua storia calcistica e rivelando i suoi piani per il futuro in esclusiva per Diretta.

Nel 2010 Roberto Mancini lo volle al Manchester City per insegnargli a difendere all’inglese con i fondamentali della scuola italiana.

Oggi, 16 anni dopo, Jerome Boateng guarda il Bayern Monaco vincere ancora sotto la gestione di Vincent Kompany, il compagno di reparto con cui ha condiviso per anni lo spogliatoio bavarese, e ritrova in lui la stessa calma e la stessa lettura del gioco che lo avevano colpito da giocatore.

Jerome Boateng

Gianluca Comentale

Nel mezzo, quindici anni passati tra le squadre più forti d’Europa. Due triplete con il Bayern Monaco, nel 2013 e nel 2020. Un Mondiale vinto da titolare nella finale di Rio contro l’Argentina di Messi. Oltre trecento presenze con la maglia bavarese, prima delle ultime stagioni tra Lione, Austria e una breve, complicata parentesi a Salerno.

In questa intervista, Boateng analizza l’avvio di Mondiale di Germania e Ghana, indica le sue favorite per la vittoria finale, ripercorre gli anni a Manchester con Mancini e quelli al Bayern con Kompany, racconta il 7-1 al Brasile e la finale di Rio del 2014, e chiude con un aneddoto su Alessandro Del Piero che gli ha cambiato per sempre l’idea di cosa significhi essere un fuoriclasse.

Jerome Boateng e Franck RiberyCHRISTOF STACHE / AFP

La vita dopo il ritiro

È passato qualche mese dal tuo ritiro ufficiale dal calcio professionistico. Come ti senti dal punto di vista fisico e mentale, e qual è la tua routine quotidiana ora che non hai più gli allenamenti ogni mattina?

“Sinceramente sto bene, sono felice e tutto procede per il meglio. Certo, smettere con il calcio giocato è una decisione davvero difficile da prendere, perché parliamo della mia più grande passione, un sentimento che unisce chiunque pratichi questo sport. Separarsene non è stato affatto semplice.

Oggi però sono in ottima forma: continuo a fare tantissimo movimento, mi alleno in palestra anche due volte al giorno, gioco a padel e ho iniziato a praticare la boxe. Ogni tanto gioco ancora a calcio, dipende dalle giornate, ma l’attività fisica resta quotidiana e mi sento decisamente bene. Conduco una vita sana e sto scoprendo nuove opportunità professionali, sempre legate al mondo dello sport. Finora non posso proprio lamentarmi”.

Hai intenzione di rimanere stabilmente nel mondo del calcio? Ti piacerebbe intraprendere la carriera da allenatore o un ruolo dirigenziale?

“Sì, ho già iniziato a studiare per prendere il patentino da allenatore. In Germania ho già conseguito la Licenza B. Adesso il mio obiettivo per la prossima stagione è quello di trovare una squadra in cui inserirmi come vice-allenatore, in modo da poter fare il passo successivo e prendere la Licenza A”.

I Mondiali

Parliamo del Mondiale. Guardando alle partite d’esordio, la Germania ha avuto un inizio travolgente contro Curaçao, mentre il Ghana è riuscito a strappare una vittoria nel finale contro Panama. Che impressione ti hanno fatto le due nazionali al loro debutto in campo?

“Per quanto riguarda la Germania, è una squadra che conosco benissimo perché ho giocato sia insieme sia contro quasi tutti i suoi elementi, e so che il gruppo è davvero forte. Con tutto il rispetto per l’avversario, credo sia ancora presto per valutare il reale potenziale dei tedeschi perché Curaçao non rappresentava il test più probante. La partita di stasera era sicuramente molto più complicata. Sono convinto che la Germania possa arrivare molto lontano”. 

Jerome Boateng e Leon Goretzka
Jerome Boateng e Leon GoretzkaJAN KUPPERT/SVEN SIMON / SVEN SIMON / DPA PICTURE-ALLIANCE VIA AFP

Sul Ghana, invece, devo essere onesto: non mi è sembrato irresistibile. È una squadra giovanissima e in questo momento deve fare i conti con ben sei o sette infortuni tra i calciatori più importanti. Non stanno giocando con la formazione migliore, ma per me non devono esserci scuse. Sono felice che abbiano vinto la prima partita e spero che riescano a raccogliere altri punti nel girone. Sarà dura a causa dell’assenza di questi giocatori chiave che militano nei grandi club europei. 

Per i giovani, in ogni caso, questa resta una grande vetrina per accumulare minutaggio e fare esperienza, anche in vista del prossimo Mondiale, dove si presenteranno sicuramente con una rosa più matura e competitiva”.

Come valuti l’approccio tattico di Nagelsmann? Pensi che sotto la sua gestione la nazionale possa arrivare fino in fondo?

“Al momento mi sembra che la squadra risponda molto bene ai suoi stimoli. È un allenatore giovane e decisamente interessante, sta facendo ottime cose. Credo che per un tecnico della sua età sia normale commettere ancora qualche piccolo errore, ma lui dimostra una grande capacità di adattamento. È molto critico con se stesso ed è eccezionale nella gestione del gruppo. Tra lui e i giocatori c’è una bellissima chimica, e sappiamo bene che l’armonia dello spogliatoio è uno dei fattori chiave per fare strada in un Mondiale”.

Oltre alla Germania, chi vedi come favorita per la vittoria finale del Mondiale quest’anno?

“A essere sincero, finora la Spagna non mi è sembrata al suo meglio, ma resta una nazionale che va sempre inserita tra le possibili candidate alla vittoria. Poi c’è sicuramente la Francia: con la rosa che si ritrova, è obbligata a partire in prima fila. Penso che anche l’Inghilterra abbia ottime carte da giocare e possa fare molta strada. Sul Brasile, invece, non sono convinto al cento per cento.

Jerome Boateng esulta dopo il gol contro la Slovacchia agli Europei
Jerome Boateng esulta dopo il gol contro la Slovacchia agli EuropeiCLIVE ROSE / GETTY IMAGES EUROPE / GETTY IMAGES VIA AFP

Lo stesso vale per l’Argentina: è un’ottima squadra, ma ho qualche dubbio sulla loro tenuta quando si troveranno ad affrontare le big. Se devo indicare una possibile sorpresa che può spingersi avanti, dico la Colombia. Hanno ottimi elementi, sono un bel collettivo e sanno lottare insieme in campo”.

Il Mondiale 2014 e la finale di Rio

Facciamo un salto indietro. Nel 2014 sei stato tra i protagonisti dello storico 7-1 inflitto al Brasile in casa loro. Che ricordi personali hai di quella notte, cosa si prova in campo in momenti del genere e se avete avuto l’immediata consapevolezza che avreste vinto la Coppa del Mondo?

“Quella contro il Brasile è una partita che è entrata di diritto nella storia del calcio tedesco. Battere una nazione calcisticamente così enorme con quel punteggio è stato qualcosa di irreale. Eravamo preparati benissimo, ma quella sera ci riusciva tutto con una naturalezza disarmante, mentre per loro è stata una serataccia. Segnavamo a ogni affondo, l’atmosfera era quasi mistica e per noi non è stato facile restare freddi, concentrati e sul pezzo senza farci travolgere dalle emozioni.

Ovviamente quel successo ci ha trasmesso un’iniezione di fiducia pazzesca in vista della finale, ma eravamo ben consapevoli che un 7-1 in semifinale non ti garantisce un gol di vantaggio nell’atto conclusivo. La finale contro l’Argentina è stata una partita completamente diversa, durissima. Resta una pagina storica di cui vado profondamente fiero. 

Boateng festeggia la vittoria dei Mondiali
Boateng festeggia la vittoria dei MondialiPATRIK STOLLARZ / AFP

Devo confessare, però, che a fine partita c’era anche un pizzico di malinconia: il popolo brasiliano ci aveva accolto e trattato divinamente durante tutto il torneo, e vedere lo stadio intero e un intero paese scoppiare in lacrime è stato un momento sportivamente forte e un po’ strano da vivere sul campo”.

In quella finale del 2014 contro l’Argentina hai sfoderato una prestazione monumentale. Che ricordi hai di quel giorno così speciale?

“Ho un aneddoto particolare su quella finale. Mi sono svegliato la mattina della partita e ho provato una sensazione stranissima, mi sono chiesto cosa stesse succedendo perché mi sentivo incredibilmente bene. Avevo riposato benissimo, avvertivo un’energia e una potenza fuori dal comune nel mio corpo. Chiaramente la tensione c’era, come prima di ogni grande appuntamento, ma era quel tipo di nervosismo positivo che ti accende.

Quella sensazione di onnipotenza fisica e mentale mi ha accompagnato per tutti i 120 minuti della gara. Penso di aver giocato la miglior partita della mia intera carriera proprio in quell’occasione. Sono stato davvero fortunato che quel picco di forma psicofisica sia coinciso esattamente con la finale della Coppa del Mondo”.

Il salvataggio sulla linea di Boateng durante la finale di Rio
Il salvataggio sulla linea di Boateng durante la finale di RioKIERAN MCMANUS / BACKPAGE IMAGES LTD / DPPI VIA AFP

La parentesi al City e il rapporto con Mancini

Durante la tua esperienza al Manchester City, il tuo allenatore è stato Roberto Mancini. Che rapporto avevi con lui e che impatto ha avuto sulla tua carriera in quella fase?

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con lui, dopotutto è stato l’uomo che mi ha voluto al Manchester City. Mi ha insegnato moltissimo dal punto di vista tattico in un periodo in cui ero ancora un giovane calciatore in fase di maturazione. Mi ha trasmesso le basi e i segreti su come difendere in Inghilterra applicando i principi della scuola difensiva italiana, e di questo gli sono profondamente grato.

Jerome Boateng con la maglia del Manchester City
Jerome Boateng con la maglia del Manchester CityANDREW YATES / AFP

I miei primi passi in Premier League sotto la sua guida non sono stati facili, anche perché mi infortunai non appena arrivato nel club, ma lui mi ha sempre sostenuto. Ho lasciato Manchester dopo una sola stagione, ma non per problemi con lui o con l’ambiente: semplicemente, quando ti chiama il Bayern Monaco e sei un punto fermo della nazionale tedesca, desideri rientrare in patria per essere maggiormente sotto i riflettori.

Recentemente l’ho incontrato a Doha, in Qatar; ci è dispiaciuto non vederci per più tempo, ma la stima reciproca è immutata. Lo considero davvero un grandissimo allenatore”.

Quando eri al City, il club stava muovendo i primi passi verso la scalata che lo ha portato a essere la superpotenza odierna. Sentivi già allora che la società fosse destinata a dominare il calcio inglese ed europeo?

“Per quanto riguarda il calcio inglese, sì, percepivo chiaramente la loro enorme ambizione e la presenza di professionisti che stavano facendo un lavoro straordinario. Poi l’arrivo di Pep Guardiola ha rappresentato la chiusura del cerchio, era una sorta di “destino già scritto”. 

Sul fronte Europeo hanno fatto benissimo nella stagione in cui hanno alzato la Champions. Penso che possano migliorare ancora tra qualche anno, di recente hanno perso qualche occasione. In ogni caso, oggi si sono stabilizzati di diritto tra le prime quattro o cinque squadre più forti d’Europa”.

L’esperienza in Serie A

In carriera hai giocato in Bundesliga, Premier League, Ligue 1 e, di recente, hai assaporato anche la Serie A. Qual è la differenza più marcata, in termini di stile di gioco e ritmo, che hai riscontrato nel campionato italiano rispetto agli altri top campionati europei?

“La differenza principale risiede nell’aspetto tattico: in Italia la preparazione strategica degli allenatori e delle squadre è esasperata. Il calcio italiano è meno frenetico rispetto a quello inglese o tedesco, ma richiede una concentrazione totale. Segnare è difficilissimo perché quasi tutte le squadre difendono con un’organizzazione impeccabile. Raramente si vedono partite che si chiudono con goleade come i 5-0; i risultati più frequenti sono gli 1-0, gli 1-1 o i 2-1, e questo rende il campionato estremamente interessante.

Jerome Boateng con la maglia della Salernitana
Jerome Boateng con la maglia della SalernitanaGIUSEPPE MAFFIA / NURPHOTO / NURPHOTO VIA AFP

Di contro, per la mia esperienza, l’intensità generale è leggermente inferiore rispetto a Premier League, Ligue 1 o Bundesliga. Credo che se le grandi storiche come Inter, Milan e Juventus riuscissero a registrare il ritmo e l’intensità su standard più alti, tornerebbero a essere dominanti. In Serie A sono abituate a controllare il gioco e ad avere molto possesso palla contro avversari sulla carta inferiori, ma quando poi si misurano in Champions League contro colossi come il Bayern o il Real Madrid, l’assenza di quell’abitudine all’alta intensità si fa sentire.

Che ricordo hai dell’esperienza in Serie A?

“Il mio unico grande rammarico è quello di essere arrivato a Salerno troppo tardi, e che purtroppo mi sono infortunato dopo poche partite. Ma ci tengo a dire che ho amato la città di Salerno e la sua gente. È un posto fantastico, con una passione incredibile.

Jerome Boateng prima di Salernitana-Empoli
Jerome Boateng prima di Salernitana-EmpoliGIUSEPPE MAFFIA / NURPHOTO / NURPHOTO VIA AFP

Purtroppo le cose calcisticamente non sono andate come speravamo, ma spero con tutto il cuore che la Salernitana possa rialzarsi prontamente e tornare prestissimo in Serie A. È una piazza che merita il massimo e auguro alla società e ai tifosi tutto il meglio per il futuro”.

L’incontro con Del Piero

C’è un avversario in particolare che ti ha fatto passare le pene dell’inferno in campo? Magari anche qualcuno che non ti aspettavi.

“A questo proposito posso raccontarti un aneddoto davvero divertente che riguarda un grandissimo campione italiano: Alessandro Del Piero. Ho tantissimi amici in Italia che, quando ero più giovane, non facevano altro che ripetermi quanto fosse forte. Io, guardandolo solo in televisione o al Mondiale 2006, rispondevo sempre: “Sì, è un ottimo attaccante, ma non mi sembra questo fenomeno fantascientifico di cui parlate”. 

Poi, nel 2010, con il Manchester City affrontammo la Juventus in Europa League. Lui aveva già 36 o 37 anni. Mi bastò vederlo toccare il pallone da vicino in campo per farmi cambiare totalmente idea: rimasi letteralmente a bocca aperta. Mi resi conto di avere davanti uno dei giocatori più straordinari che avessi mai visto in vita mia. Aveva un controllo di palla e una tecnica sublimi, roba da non credere.

Jerome Boateng e Alessandro Del Piero
Jerome Boateng e Alessandro Del PieroGIUSEPPE CACACE / AFP

Ricordo che gli bastò un solo tocco orientato per mandarmi a vuoto da una parte mentre lui andava da quella opposta. Fu una lezione di calcio impressionante. Spero che Alessandro mi perdoni per averlo inizialmente sottovalutato in gioventù. Non lo conosco personalmente, ma oltre a essere un fuoriclasse immenso mi sembra davvero una persona splendida e deliziosa”.

Il Bayern Monaco e Vincent Kompany

Hai vissuto gli anni migliori della tua carriera al Bayern Monaco. Nell’ultima stagione, sotto la guida di Vincent Kompany – che conosci benissimo per averci giocato insieme – il Bayern è tornato a dominare la Bundesliga. Avendolo avuto come compagno di reparto in campo, ritrovi nella sua veste di allenatore la stessa personalità che aveva da giocatore? Cosa credi sia cambiato con il suo arrivo per riportare il Bayern al vertice?

“Prima di tutto, ci tengo a dire che Vincent è un mio grande amico, ho una grandissima stima del Kompany uomo. Il suo stile di gioco attuale è chiaramente il frutto delle esperienze accumulate sotto la guida di grandissimi maestri come Mancini, Pellegrini e, ovviamente, Guardiola. Da calciatore era un difensore formidabile: fortissimo fisicamente, aggressivo, dominante nel gioco aereo, veloce e dinamico. Il suo calcio rispecchia perfettamente quel carattere.

Come allenatore, invece, trovo che sia una figura estremamente calma e riflessiva. È molto posato nelle sue decisioni, sa perfettamente ciò che fa ed è incredibilmente intelligente nel trovare le giuste soluzioni tattiche. Ho avuto il privilegio di confrontarmi spesso con lui parlando di calcio e ha sempre visioni chiarissime. Ha portato al Bayern un’identità precisa e un’ottima gestione dei rapporti umani con i calciatori.

Vincent Kompany alza la DFB Pokal
Vincent Kompany alza la DFB PokalTOBIAS SCHWARZ / AFP

In campo si vede chiaramente che la squadra gioca con serenità; non dico che giochino esclusivamente per l’allenatore, ma si vede che sono felici, a proprio agio e che sposano con entusiasmo la sua filosofia calcistica. Questo nel calcio moderno è un fattore determinante”.

Un salto tra passato e futuro

Facciamo un salto alle tue origini: cosa ti ha spinto da bambino a intraprendere la strada del calcio?

“La mia prima e più grande fonte d’ispirazione è stata mio padre. Anche lui giocava a calcio, purtroppo ha dovuto smettere molto presto a causa di gravissimi problemi alle ginocchia senza poter raggiungere alti livelli. Ha iniziato a farmi tirare i primi calci al pallone non appena ho iniziato a camminare. Da lì è nato tutto. Crescendo, ho iniziato a fagocitare calcio in televisione: ricordo le prime immagini del Mondiale di Italia ’90, lo spettacolo del Brasile, e poi gli Europei del ’96 e il Mondiale del ’98.

I miei idoli assoluti erano i difensori della scuola italiana, su tutti Paolo Maldini e Fabio Cannavaro, li studiavo costantemente. Nel 2006, quando avevo solo 17 anni, ho avuto l’onore di giocare in amichevole con la mia squadra contro la nazionale maggiore tedesca prima che partisse per il Mondiale, fu un’emozione indescrivibile. Ero letteralmente ossessionato dal calcio: impazzivo per Ronaldo (Nazario) e per Zinédine Zidane.

Ricordo che la notte, quando i miei genitori mi mandavano a dormire, nascondevo la televisione in camera per guardare i programmi che trasmettevano le sintesi del campionato italiano e di quello spagnolo. Nella mia testa c’era spazio solo ed esclusivamente per il pallone”.

Hai militato nei club più prestigiosi d’Europa, vinto un Mondiale e conquistato due storici triplete. Quando tra vent’anni si parlerà della carriera di Jerome Boateng, per quale aspetto specifico vorresti essere ricordato maggiormente?

“Dipende molto dalla cultura calcistica di chi parlerà di me. Mi piacerebbe che venisse ricordata la mia evoluzione tecnica e tattica: come ho saputo modificare e affinare il mio stile di gioco nel passaggio da giovane promessa a difensore maturo ed esperto negli anni d’oro del Bayern, della Champions e del Mondiale.

Jerome Boateng abbraccia commosso Pep Guardiola
Jerome Boateng abbraccia commosso Pep GuardiolaANDREAS GEBERT / DPA / DPA PICTURE-ALLIANCE VIA AFP

Se a parlarne saranno persone che hanno seguito davvero la mia carriera, che capiscono di calcio e sanno perché sono rimasto per così tanti anni a quei livelli, allora sarà interessante. Se invece il ricordo si limiterà a un freddo “ha vinto questo e quello, era un buon difensore”, allora significherà che a parlarne sarà qualcuno che si ferma alla superficie senza approfondire la vera essenza del calcio”.


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