#Finsubito news – Oriente Occidente di Rampini | Più di 4 anni di sanzioni alla Russia. Ma qual è il vero bilancio?


Prima che Trump rompesse il fronte con le sue concessioni a Putin, l’Occidente si stava avviando verso i cinque anni di sanzioni energetiche alla Russia. Ma quanto erano a tenuta stagna, cosa è successo davvero su quel fronte, con quali risultati? Le misure occidentali hanno colpito le entrate petrolifere di Mosca, ma non hanno impedito a Putin di finanziare la guerra. La flotta fantasma, il ruolo di Cina e India, gli errori dell’Europa e infine il regalo inatteso della guerra in Iran: ecco un bilancio che contiene lezioni per il futuro.

Dovevano togliere a Putin i soldi per finanziare la guerra in Ucraina. Quasi cinque anni dopo, le sanzioni occidentali contro il petrolio russo hanno ottenuto risultati inferiori alle aspettative. Mosca continua a incassare oltre 200 miliardi di dollari all’anno dalle esportazioni di petrolio e gas, poco meno che nel 2021, prima dell’invasione. Nel 2025 ha speso per la guerra 190 miliardi di dollari, pari al 7,5% del prodotto interno lordo. La quantità di petrolio esportato è rimasta pressoché stabile. E nel 2026 la guerra in Iran ha offerto a Putin un regalo insperato, facendo salire le quotazioni del greggio.




















































È un fallimento? Non del tutto. Le sanzioni hanno inflitto danni all’economia russa, costretto Mosca a vendere petrolio a prezzi scontati, aumentato i suoi costi di trasporto, accresciuto la dipendenza dalla Cina. Ma non hanno raggiunto l’obiettivo principale: ridurre le risorse finanziarie disponibili per la guerra.

Questo è il bilancio pubblicato da The Freedom Frequency sul sito della Hoover Institution di Stanford. Lo firmano due economisti autorevoli. Oleg Itskhoki è professore a Harvard, Elina Ribakova è senior fellow del Peterson Institute e di Bruegel. La loro analisi, Sanctions on Russian Oil: Lessons Learned, offre una ricostruzione degli errori commessi e delle lezioni da trarne.

Il compromesso iniziale: punire Putin senza far salire la benzina

All’origine delle sanzioni c’è una contraddizione. Gli occidentali vogliono privare Mosca dei proventi petroliferi, ma non possono permettersi di eliminare dal mercato mondiale tutto il petrolio russo. La Russia produce il 10-11% del greggio mondiale. Una sua esclusione totale avrebbe provocato un’impennata dei prezzi, danneggiando anche le economie europee e americana. Nel 2022 quando inizia l’aggressione all’Ucraina gli Stati Uniti hanno un problema politico immediato: l’inflazione è già elevata e si avvicinano le elezioni di metà mandato (quelle precedenti). L’amministrazione Biden vuole colpire Putin senza aggravare il costo della vita degli americani. Nasce così un sistema a due pilastri. L’Unione europea vieta le importazioni via mare di petrolio russo a partire dal dicembre 2022. Il G7 introduce un tetto al prezzo, fissato inizialmente a 60 dollari al barile: chi compra petrolio russo può continuare a utilizzare assicurazioni e servizi marittimi occidentali, purché rispetti quel limite. L’idea sembra astuta: mantenere il petrolio russo sul mercato mondiale, ma ridurre i guadagni del Cremlino. Il problema è che Putin trova il modo di aggirare le restrizioni.

L’embargo europeo funziona, ma sposta il commercio verso l’Asia

Per decenni la Russia ha venduto petrolio ai paesi vicini, cioè agli europei, con costi di trasporto contenuti. Quando perde almeno in parte i clienti europei, deve cercarne altri più lontani. India, Cina e Turchia diventano gli acquirenti principali. Ma hanno un vantaggio negoziale: sanno che Mosca dispone di poche alternative. Possono pretendere forti sconti. Nel marzo 2023 il greggio russo Urals viene venduto con uno sconto di circa 32 dollari al barile rispetto ai prezzi internazionali. Quasi metà di questa differenza deriva dai maggiori costi di trasporto. Il resto riflette il potere contrattuale dei nuovi clienti. Secondo i calcoli degli autori, nel primo trimestre 2023 la Russia perde fra tre e quattro miliardi di dollari al mese rispetto a quanto avrebbe incassato senza sanzioni. È un danno concreto. Ma emerge un paradosso. L’India acquista petrolio russo a buon mercato, lo raffina trasformandolo in gasolio e altri prodotti, poi li rivende anche all’Europa a prezzi di mercato. Il gigantesco impianto di Jamnagar, del gruppo Reliance, diventa uno dei protagonisti di questo commercio. In sostanza, il petrolio russo continua a raggiungere l’Europa, dopo essere stato trasformato in un paese terzo. Questa scappatoia resta aperta per tre anni. Solo dal gennaio 2026 l’Unione europea vieta l’importazione di prodotti raffinati all’estero a partire da greggio russo.

La flotta fantasma che aggira le sanzioni

Il secondo pilastro delle sanzioni, il tetto al prezzo, ha risultati ancora più deludenti. Mosca costruisce una rete alternativa di trasporti marittimi. È la cosiddetta flotta fantasma: petroliere spesso vecchie, registrate sotto bandiere di paesi come Camerun e Sierra Leone, gestite attraverso società poco trasparenti. Intermediari cinesi, russi ed emiratini contribuiscono all’organizzazione di questa rete. Nel febbraio 2026 appena un terzo del greggio russo viaggia su petroliere che utilizzano i servizi dei paesi del G7 e dei loro alleati. Il resto sfugge al sistema del tetto al prezzo. Le autorità occidentali reagiscono inserendo centinaia di navi nelle liste delle sanzioni. A marzo 2026 le petroliere colpite da almeno una giurisdizione sono 623. Le misure americane risultano particolarmente incisive: solo il 15% delle navi sanzionate dagli Stati Uniti continua a caricare petrolio russo nel febbraio 2026. Ma quando una nave viene bloccata, un’altra può sostituirla. Quando una società viene sanzionata, le attività si trasferiscono altrove. Si aggiunge il problema dei documenti falsificati, che dichiarano prezzi inferiori a quelli pagati. La Russia aumenta anche il numero di petroliere registrate sotto la propria bandiera, rendendo più delicati gli interventi delle autorità europee, preoccupate dal rischio di incidenti diplomatici o militari.

Il dato decisivo: la Russia continua a esportare

Il risultato è sorprendente. Nel febbraio 2026 le esportazioni russe di petrolio via mare raggiungono circa 5,3 milioni di barili al giorno. Secondo il centro di ricerca CREA, i volumi complessivi sono superiori del 6% rispetto a prima dell’invasione, mentre gli introiti annui risultano inferiori del 18%. È questa la distinzione fondamentale. Le sanzioni riducono il prezzo ottenuto da Mosca, ma non impediscono di vendere quantità elevate. Gli autori ritengono che l’Occidente abbia perso un’occasione. Dopo la prima fase della guerra, l’aumento dell’offerta petrolifera di altri produttori avrebbe consentito di inasprire le restrizioni, accettando una riduzione dei volumi esportati dalla Russia. Invece si è mantenuto un sistema concepito per garantire la continuità delle forniture mondiali. L’alternativa proposta dai due economisti è un divieto più ampio dei servizi occidentali di trasporto, assicurazione e finanziamento del petrolio russo, accompagnato da controlli rigorosi.

La Cina è la vera vincitrice

Le sanzioni hanno prodotto anche una trasformazione geopolitica. Cina, India e Turchia assorbono ormai il 93% delle esportazioni russe di greggio via mare. La dipendenza da Pechino è importante. La Cina rappresenta circa il 35% del commercio estero complessivo russo. E non si limita a comprare petrolio e gas a condizioni vantaggiose. Gazprom vende alla Cina gas trasportato attraverso i gasdotti a prezzi inferiori di quasi il 40% rispetto a quelli applicati ad altri clienti. Inoltre, la quota cinese delle importazioni russe di beni a duplice uso, civile e militare, sale dal 25% prima dell’invasione a oltre l’80% nel 2025. È un rapporto sempre più squilibrato. Putin riesce a evitare l’isolamento economico, ma paga un prezzo strategico: la Russia diventa un fornitore di materie prime a basso costo e un cliente dipendente dalle tecnologie cinesi. Per Pechino è un vantaggio duraturo. Per Mosca, una perdita di autonomia.

Il regalo della guerra in Iran

Prima dell’attacco americano-israeliano all’Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz, le finanze russe erano sotto pressione. A febbraio gli introiti delle esportazioni petrolifere scendono sotto dieci miliardi di dollari, minimo dalla pandemia. Il deficit pubblico si allarga e il Cremlino prepara tagli del 10% alle spese non legate alla sicurezza. Poi la crisi del Golfo sconvolge il mercato mondiale. Attraverso Hormuz transitavano ogni giorno circa venti milioni di barili di petrolio. Il calo dei traffici fa salire i prezzi. Gli autori stimano che la Russia possa ottenere nel 2026 fra 84 e 252 miliardi di dollari di ricavi aggiuntivi dalle esportazioni energetiche rispetto allo scenario precedente alla guerra in Iran, a seconda della durata della crisi. Sono proiezioni, non incassi già realizzati. Ma illustrano una vulnerabilità delle sanzioni: anni di pressione economica possono essere vanificati da un’impennata dei prezzi internazionali.

Lezioni per l’Occidente

La conclusione dei due economisti non è che le sanzioni siano inutili. È che devono avere obiettivi chiari, strumenti adeguati e controlli efficaci. Non basta annunciare divieti: bisogna impedire che vengano aggirati. Non si può pretendere di ridurre drasticamente i ricavi di un grande esportatore senza accettare qualche sacrificio sul mercato energetico mondiale. E non si può ignorare il ruolo della Cina, che ha trasformato le difficoltà russe in un’opportunità economica e strategica. Gli autori sottolineano anche la lentezza europea. Per anni alcuni Stati membri hanno continuato a importare gas russo, mentre altre falle nel sistema restavano aperte. Il bilancio contiene dunque due verità. Le sanzioni hanno indebolito la posizione commerciale russa e ne hanno accresciuto la dipendenza dalla Cina. Ma Putin ha conservato le risorse per proseguire la guerra. La lezione più importante riguarda la distanza fra le decisioni politiche e i loro effetti reali. Una sanzione annunciata non equivale a una sanzione applicata. E un danno economico inflitto a un avversario non garantisce che quell’avversario cambi comportamento.

20 ottobre 2026, 10:56 – modifica il 21 ottobre 2026 | 12:45


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