Un’autocisterna scortata dalle forze dell’ordine. Scaffali dei supermercati vuoti e caselli autostradali bloccati dalle proteste di camionisti e agricoltori. Non è l’inizio di un film distopico: sono le immagini delle agitazioni che, dalla Calabria alla Puglia, stanno attraversando da giorni il Mezzogiorno. Mobilitazioni che si affiancano a quelle degli operai dell’ex Ilva a Genova e degli studenti al Nord, ma che al Sud hanno la peculiarità di coinvolgere un’intera filiera. E raccontano trasformazioni profonde, che potrebbero ridisegnare anche la geografia economica del Paese.
Importazioni e crollo dei prezzi: la crisi del grano italiano
Partiamo da un’evidenza: uno degli elementi tipici della dieta mediterranea è il grano. Quello duro viene comunemente utilizzato per produrre pasta, quello tenero per produrre pane. Nel caso del grano duro, la prima regione per produzione in Italia è la Puglia, con più di un milione di tonnellate secondo le stime sul raccolto 2026. Il problema? È che, nel Paese della pasta, questa tipologia di grano viene pagata molto meno rispetto al 2022.
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Il prezzo del grano duro fino, utilizzato per produrre la semola destinata alla pasta secca, è diminuito del 44% rispetto all’ottobre 2022. Dai 51,75 euro al quintale registrati alla Borsa merci di Foggia, una delle principali piazze italiane di riferimento per il settore, si è così passati ai 28,75 euro dell’ottobre 2026, secondo le quotazioni nazionali riferite al grano prodotto nel Sud Italia. Va però detto che sulle quotazioni incidono anche altri fattori come, ad esempio, la guerra in Ucraina e il blocco delle esportazioni dai porti sotto attacco, che possono alterare le dinamiche dei prezzi. Al netto però delle fiammate inflazionistiche, legate alle tensioni geopolitiche, la variabile fondamentale è anche un’altra.
Nel 2025 l’Italia ha importato 9,62 milioni di tonnellate di grano duro e tenero, il 5,7% in più rispetto al 2024, per un valore complessivo di 2,51 miliardi di euro. Gli acquisti di grano duro sono aumentati dell’8,76%, raggiungendo quasi 3 milioni di tonnellate, mentre il valore medio per tonnellata importata è diminuito dell’11,3%.
Le analisi sui residui di erbicida (glifosato)
Il principale fornitore di grano duro del nostro Paese è il Canada. Secondo un’analisi di Coldiretti su dati Eurostat, a maggio 2026 le importazioni di grano duro canadese sono aumentate del 55% rispetto allo stesso mese del 2025. Un flusso che, secondo l’organizzazione, esercita una pressione al ribasso sui prezzi riconosciuti agli agricoltori italiani e solleva una questione di concorrenza sleale.
In Canada è infatti consentito, a determinate condizioni, utilizzare il glifosato contro le erbe infestanti prima della raccolta. In Europa è invece vietato impiegarlo come disseccante per controllare il momento della mietitura o facilitare la trebbiatura. Il glifosato, ricordiamo, è stato classificato come “probabilmente cancerogeno” dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro.
Ma il problema, è bene sottolinearlo, non si traduce automaticamente in un rischio per la nostra tavola: il grano importato e la pasta commercializzata devono rispettare i limiti europei sui residui. La contestazione delle associazioni agricole è soprattutto economica. La richiesta è di utilizzare le stesse regole produttive per chi coltiva in Europa e per chi vende sul mercato europeo.
Perché la pasta non parla più (solo) italiano
Del resto, da anni anche la nostra tavola non parla più solo italiano. Per verificarlo abbiamo esaminato le dichiarazioni di alcune delle più grandi aziende produttrici di pasta del nostro Paese.
Nel rapporto di sostenibilità 2024 di una delle maggiori aziende del settore, il grano italiano rappresentava il 27% della materia prima utilizzata per la macinazione, contro un 73% di provenienza estera. La stessa impresa indicava una quota italiana mediamente intorno al 50%, spiegando che può variare sensibilmente secondo la quantità e la qualità dei raccolti. Le forniture estere provengono da Paesi dell’Unione europea e da aree selezionate del Nord America, in particolare Arizona e California.
Un altro grande produttore dichiara che oltre il 50% della semola utilizzata deriva da grano coltivato in Italia e la restante parte da grani duri coltivati in Paesi dell’Unione Europea ed extra-Ue, tutti macinati in Italia. In un terzo caso, le informazioni aziendali descrivono una selezione di grani provenienti dall’Italia, dall’Arizona e dall’Australia, senza pubblicare una proporzione attuale.
Il crollo della produzione di grano italiano
Accanto alle miscele internazionali esistono scelte di approvvigionamento esclusivamente nazionale: un pastificio dichiara di utilizzare solo grano duro italiano dal 2018; un altro marchio lega il proprio “100% italiano” a una filiera di coltivatori e a impegni sulla loro remunerazione. Il grano italiano diventa quindi un elemento di distinzione commerciale e di valorizzazione della filiera agricola, soprattutto quando l’origine è accompagnata da tracciabilità, contratti di coltivazione e pratiche agronomiche documentate.
Ma il ricorso alle importazioni resta consistente. Intanto, la contrazione della nostra agricoltura è palpabile: dal 2006 al 2025 le superfici coltivate a frumento duro sono diminuite del 15,5% e la produzione del 9,3%. La produzione di grano tenero è scesa invece addirittura del 21,4%. Un quadro che la nuova crisi attraversata dagli agricoltori rischia di aggravare.
Olio nostrano: prezzi dimezzati e concorrenza senza confini
L’altra grande filiera simbolo del nostro Paese, sempre più in crisi, è quella dell’olio. Per capire la portata delle rivendicazioni dei produttori è sufficiente un solo dato: a settembre 2026 il prezzo medio dell’olio extravergine nazionale all’origine è sceso del 49,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Questa tipologia di olio veniva venduta mediamente a 4,81 euro al chilo, contro circa 9,51 euro un anno prima. Uno scarto enorme che mette in difficoltà i produttori. E, intanto, nei depositi rimangono scorte molto superiori a quelle dello scorso anno.
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Per avere un’idea: al 30 settembre nei depositi italiani erano presenti ancora 150.203 tonnellate di olio extravergine, contro 90.017 un anno prima, un incremento del 66,9%. E il problema è che, alla vigilia della nuova raccolta, i produttori lamentano di non riuscire a coprire i costi. “Per riuscire almeno a coprire le spese di produzione il prezzo dell’olio non dovrebbe scendere sotto i 7 euro al chilo. Il timore è che si possa passare dal grido di allarme alla disperazione”, ha dichiarato recentemente Tommaso Loiodice, presidente di Unapol, l’Unione nazionale associazioni produttori olivicoli. Anche in questo caso, a pesare sulle dinamiche dei prezzi è la concorrenza degli oli stranieri.
Le aziende italiane hanno spesso costi di produzione più elevati e una struttura frammentata, con appezzamenti piccoli, oliveti tradizionali e una raccolta difficilmente meccanizzabile. Se la competizione si gioca soltanto sul prezzo, una parte consistente della filiera fatica a reggere il confronto. E le importazioni sono consistenti: secondo Coldiretti, nel 2025, 600 milioni di chili di olio d’oliva straniero hanno attraversato le frontiere italiane. Considerando la categoria degli oli vergini di oliva e loro frazioni, le importazioni hanno raggiunto circa 550mila tonnellate, secondo i dati Un Comtrade consultabili sulla piattaforma Wits della Banca mondiale.
Il principale fornitore è stato la Spagna, con 325.483 tonnellate, circa il 59% del totale, seguita da Grecia (116.579 tonnellate), Tunisia (66.047) e Portogallo (37.848). Ad aumentare, rispetto al 2022, sono state soprattutto le importazioni di olio tunisino, che hanno fatto registrare un balzo del 30,7%. Nel prospetto sopra, quello tunisino presenta anche il prezzo più basso tra gli oli esteri considerati.
L’olio che arriva in Europa da paesi extra-Ue, come la Tunisia, deve rispettare gli standard comunitari. Per questo è prevista tutta una serie di controlli alle frontiere che però, secondo la Corte dei conti europea, non sempre vengono effettuati come previsto. Ad esempio, in un rapporto, si rileva che nel 2023 e nel 2024, nei principali punti d’ingresso italiani, non furono campionate partite di olio d’oliva per verificare la presenza di residui di antiparassitari e altri contaminanti, nonostante il piano prevedesse almeno un campionamento annuo per ciascun posto di controllo frontaliero.
Dai Tir ai trattori: così il prezzo del gasolio entra nella spesa
A complicare il quadro c’è poi la protesta legata all’aumento del prezzo del gasolio, che unisce tanto gli agricoltori quanto i camionisti. Al Sud il caro gasolio è diventato una bomba sociale che sta mettendo in difficoltà il settore degli autotrasporti.
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Il prezzo del diesel è aumentato negli ultimi mesi sulla rete stradale nazionale. Il risultato? Un pieno per un Tir con un serbatoio da 900 litri costerebbe oggi oltre 500 euro in più rispetto a un anno fa, con un aumento del 39% del prezzo del carburante. Un dato che, per chi percorre migliaia di chilometri ogni anno, si traduce in una considerevole erosione dei guadagni.
E, nel caso degli autotrasportatori calabresi e siciliani, a incidere è anche l’aumento del costo delle navi e dei traghetti. Molti di questi attivisti denunciano l’impossibilità di scaricare questi costi sulla committenza, a differenza del Nord.
“Al Nord le tariffe sono molto più alte, gli accordi più vantaggiosi. Al Sud poi abbiamo i doppi costi, per arrivare a settentrione, nel cuore produttivo del Paese, dobbiamo fare 1200 chilometri, e con il caro gasolio è dura. I committenti ti dicono semplicemente ‘O ti sta bene o avanti il prossimo’ e ci sarà sempre un autotrasportatore disposto a lavorare a prezzi più bassi. Si fa leva sulla concorrenza sleale”, spiega a DossierToday.it Mario Pansini, segretario di Fedralog, l’associazione di autotrasportatori che sta portando avanti la mobilitazione dei camionisti in Calabria.
Quanto pesa il gasolio sui costi di produzione
Secondo i costi di riferimento del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, i vettori dovrebbero essere pagati tra 1,30 e 1,60 euro al chilometro. Nella realtà i costi oscillano molto, al Nord si può arrivare a tariffe di 1,70 euro al chilometro, mentre al Sud le tariffe si fermano a 1,10 euro.
E gli aumenti si ripercuotono anche sul cosiddetto gasolio agricolo che, pur godendo di accise ridotte e Iva agevolata, ha visto enormi rincari dallo scoppio della guerra in Iran, passando da 85 centesimi fino a 1,62 euro al litro, secondo un’analisi di Coldiretti sulle quotazioni della Camera di commercio di Milano. Anche in questo caso le conseguenze sono pesanti: secondo l’organizzazione, l’aratura di un terreno di 11 ettari comporta, ad esempio, circa 600 euro di spesa aggiuntiva rispetto allo scorso febbraio.
Il gasolio e i mezzi meccanici sono inoltre essenziali per più fasi del lavoro agricolo, dalla semina all’irrigazione. Il rincaro si distribuisce quindi lungo il ciclo produttivo, comprimendo i margini quando non viene compensato dal prezzo riconosciuto al raccolto. Una catena di rincari che rischia di trasferirsi, nemmeno troppo lentamente, anche sugli scaffali dei supermercati e di pesare ulteriormente sulle tasche degli italiani.
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