La stagione 2025-2026 della pallacanestro italiana era nata subito male, con i quattro punti di penalizzazione della Trapani Shark, ed è finita ancora peggio. Non si ferma la spirale negativa che la attanaglia da ormai troppi anni. Sia nei corridoi dei palazzi del potere che nella gestione dei campionati si respira aria di sopravvivenza, con parole di vittimismo, con nessuna fiducia nel presente e ancora meno nel futuro.
Si comincia dalla LBA, con un presidente che gode di una passata carriera dirigenziale di società eccellente ma che da presidente di lega si autodefinisce scolaro che apprende e che, di fatto, correrà per tutta la stagione 2025-2026 sempre a fare la stampella sia a Petrucci che ai club che lo hanno proposto alla successione di Umberto Gandini. Non una idea, non un proclama, non un guizzo in piena autonomia. Ottimo per fare passerella e foto ricordo: non ce ne voglia, il presidente Gherardini, ma ci ricorda il Breznev delle ultime annate a capo dell’Unione Sovietica.
E si prosegue con una classifica claudicante, per la penalizzazione di un club, da cui il campionato ne uscirà come Gambadilegno: con quindici squadre, un girone di ritorno falsato da risultati annullati e dalla corsa a ingaggiare i giocatori di una società che, nonostante tutto, era in testa nel lotto delle papabili alla vittoria finale e chiuderàl’ultimo esercizio in utile. Per tacere dell’esordio televisivo: brillante specialmente all’inizio nella produzione, ma sfilacciato nella gestione del marketing e dei live in chiaro, e poco consistente nella raccolta degli abbonamenti. Mentre in questi giorni GBL, il campionato di serie A greco, firma un triennale con la televisione da 21 milioni di euro netti.
Niente di meglio ai piani sottostanti Serie A2 e Serie B, dove non sono mancate le defezioni di società in corsa, risultati annullati, LNP Pass spesso con visione a singhiozzo, gironi incompleti nei ranghi, situazioni di crisi che hanno visto i vertici federali distratti e poco disposti ad un intervento attivo.
Le energie della FIP si sono concentrate principalmente su due filoni: la rimozione dell’eretica Trapani Shark e la bramosia di avere una squadra di serie A a disposizione di NBA Europe nella capitale. Successo totale: la società di Antonini condannata a ricominciare dal gradino più basso nel 2026-27 previo pagamento di 600.000 euro di danni, e due città come Brescia e Cremona – ma c’è Trieste che dovrebbe uscire dalla vicenda ridimensionata, e chissà che ci racconteranno i bilanci nel sottobosco di altre realtà – che hanno perso le rispettive squadre di serie A in favore di quello che ci stanno rivelando Matiasic e Nelson. Sparisce la pallacanestro delle province, vediamo la nascita di quella delle metropoli dove ci porterà: i Lanzichenecchi scendono a Roma lasciando una scia di macerie. Petrucci come Clemente VII? Magari. Il Papa si arroccò in Castel S. Angelo, il presidente FIP scrocca un selfie da imbucato al Campidoglio.
In questi giorni si materializza come dopo uno tsunami la nuova geografia della pallacanestro di vertice in Italia. L’Olimpia Milano sarà affiancata da due formazioni romane che dovrebbero brillare per budget a disposizione, mentre la Virtus Bologna andrà a retrocedere al livello – pur apprezzabile – della Reyer Venezia. Escluso forse Tortona che sta tentando lodevolmente di costruirsi un bacino di utenza, per le altre solo salvezza come obiettivo a salario minimo.
La prossima primavera ci porterà la definitiva affermazione del Medio Oriente sulla tradizione cestistica europea. Se il Maccabi è retaggio della Guerra dei Sei Giorni, l’Hapoel Tel Aviv ai playoff nella stagione di esordio, Dubai vincitrice (quasi) a sorpresa della ABA Liga, Abu Dhabi e Hapoel Jerusalem che bussano alla porta dell’ECA sono più che sogni, sono solide realtà. Di quattrini, ovviamente, e nessuno si scandalizzi se pur tra frizzi e lazzi, voglia di grandeur e banale assenza di una arena decente dove giocare la NBA davvero potrebbe riuscire nel suo intento. D’altra parte, gli storici ritengono che gli USA abbiano vinto la Seconda guerra mondiale perché erano di più in tutto: uomini, armamenti, capacità industriale, finanziaria, culturale.
Le prime vittime di questi cambiamenti, i giocatori, tacciono. Sembra ieri quando Nicolò Melli, subito prima di tornare al Fenerbahçe, lamentava delle troppe partite da giocare tra campionati e coppe nazionali, campionati europei per club e per nazionali. Tanto da far diminuire le sette occorrenti per uno scudetto LBA a cinque. Invece era proprio ieri, 26 giugno 2026, quando EuroLeague ha annunciato che comincerà la sua stagione 26-27 tre settimane prima della precedente aggiungendo un nuovo torneo, la Supercoppa. Attendiamo al varco i primi crociati e tendini di Achille rotti per usura.
Bei tempi, dieci anni fa, quando vi raccontavamo della guerra in atto tra le varie organizzazioni cestistiche per occupare quante più date di calendario possibili e nei commenti non mancavano mai i derisori dagli epiteti irreferibili. Tutti zitti adesso. Allora le stagioni agonistiche finivano intorno al 10 giugno per riprendere l’ultimo weekend di settembre. Oggi le ferie dal palinsesto televisivo della pallacanestro “boreale” cominciano il 20 luglio con la fine della Summer League fino al 18 settembre con la nuova SuperCup di EuroLeague. Ma non si escludono nel mese di luglio, altre iniziative in proposito. In compenso stiamo tutti leggendo le cifre di ingaggio dei giocatori che circolano, a tutti i livelli. Il NIL, altro fenomeno che avevamo raccontato e dagli addetti ai lavori lungamente sottovalutato, ha dato una mano in proposito. Ci sono forti segnali che si stabilizzerà nel giro di un paio di anni, e avrà una routine che non impatterà come in questo mercato estivo 2026.
In questo marasma da Far West totale inimmaginabile parlare di sostenibiltà finanziaria, crescita ponderata, attenzione alla salute degli atleti, tradizione del basket provinciale. Le parole d’ordine sono sgomitare, arraffare, sopravvivere. Vae victis.
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