di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
L’integrazione europea è nata, settant’anni fa, mettendo in comune il carbone e l’acciaio. Fa una certa impressione constatare che oggi, nel pieno di una crisi energetica innescata dal conflitto con l’Iran e dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, l’Unione fatichi ancora a trovare una politica comune proprio sull’energia. Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha prodotto qualcosa, e sarebbe ingeneroso negarlo. Ma ha anche mostrato quanto sia lungo il cammino che resta da fare.
Partiamo da ciò che è stato ottenuto. Le conclusioni sulla competitività hanno recepito diverse priorità sostenute dall’Italia: la necessità di ridurre i costi dell’energia, la tutela della produzione industriale europea, l’intervento sulla volatilità dei prezzi della CO2 nell’ambito della revisione del sistema Ets, in linea con un contributo preparato insieme alla Repubblica Ceca. Parallelamente, Roma e la Commissione hanno raggiunto un’intesa politica preliminare sul decreto bollette, nel quadro temporaneo sugli aiuti di Stato per la crisi in Medio Oriente. L’Italia notificherà le misure e Bruxelles le esaminerà in via prioritaria. Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un tetto al prezzo del gas utilizzato per la generazione elettrica, tra 55 e 65 euro per megawattora.
È un risultato, ma va letto per quello che è. La stessa Commissione ha precisato che l’intesa copre l’aumento dei costi del gas, non quelli dell’Ets. Il meccanismo europeo delle emissioni, che il governo italiano considera la principale distorsione del sistema, resta formalmente intatto in attesa di una revisione i cui tempi sono tutt’altro che definiti. Il Consiglio ha chiesto di accelerare diversi dossier entro la fine dell’anno, ma senza trasformare gli obiettivi in decisioni. E il nuovo vertice dedicato a competitività e mercato unico è stato fissato per il 4 febbraio. Per un’impresa che riceve la bolletta ogni mese, febbraio è lontano.
Il problema, per l’Italia, è strutturale. Nei mercati elettrici del Mediterraneo i prezzi all’ingrosso si collocano spesso sopra i 140 euro per megawattora, mentre Paesi come la Francia, la Svezia e la Finlandia, grazie al nucleare e all’idroelettrico, godono di costi ben più competitivi. Il prezzo della luce italiana dipende in larga misura da quello del gas, e ogni scossa sui mercati internazionali si trasferisce quasi integralmente sulle fatture. Secondo le stime della Cna, da marzo il caro energia è costato a famiglie e imprese 16,5 miliardi, e nel solo mese di settembre la spesa aggiuntiva è stata valutata tra 4,6 e 5,2 miliardi.
Dentro questi numeri ci sono storie precise. C’è il panificio che ha spostato i turni di notte per sfruttare le fasce orarie meno care, il laboratorio artigiano che ha rinviato un’assunzione, il piccolo albergo che ha ritoccato i prezzi sapendo di perdere clienti. Le grandi aziende energivore dispongono di strumenti di copertura, di contratti di lungo periodo, di uffici dedicati all’acquisto dell’energia. Le piccole imprese no: pagano il prezzo di mercato e lo pagano subito. Per questo ogni settimana di ritardo nelle decisioni europee pesa su di loro in modo sproporzionato.
C’è infine una questione di metodo. L’Europa ha costruito la propria politica climatica su principi condivisibili, e nessuno chiede di abbandonarli. Ma un principio che, applicato in piena emergenza, fa aumentare il costo anche delle fonti meno inquinanti e spinge la manifattura fuori dal continente finisce per tradire sé stesso. Correggere le distorsioni non significa rinnegare la transizione; significa renderla sostenibile per chi deve finanziarla.
Va apprezzato il lavoro svolto dal governo a Bruxelles e il pragmatismo mostrato dalla Commissione. Chiediamo ora che l’intesa sul decreto bollette diventi operativa in tempi brevissimi, che i benefici arrivino davvero alle piccole utenze non domestiche e non si fermino ai grandi consumatori, e che la revisione dell’Ets venga anticipata rispetto al calendario. L’Europa del carbone e dell’acciaio seppe decidere in fretta. Quella di oggi deve ritrovare la stessa urgenza.
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