Le fintech italiane hanno sviluppato competenze tecnologiche avanzate e utilizzano sempre più diffusamente l‘intelligenza artificiale, ma faticano ancora a trasformare l’innovazione in imprese di dimensioni significative, capaci di raccogliere capitali, conquistare clienti e crescere su scala. Il 70% utilizza l’AI, ma il 44% genera meno di 200 mila euro di fatturato annuo da prodotti e servizi fintech, mentre il 64% investe meno di 200 mila euro all’anno nello sviluppo delle proprie soluzioni. E se l’84% ricorre ai mezzi propri per finanziarsi, soltanto il 26% ha completato un round di finanziamento nel 2025, in un mercato nel quale il ricorso al venture capital e al private equity resta ancora limitato.
È quanto emerge dalla seconda Indagine Fintech sugli operatori italiani non vigilati, pubblicata ieri, 21 ottobre, dalla Banca d’Italia, che fotografa il comparto con riferimento all’attività svolta nel 2025 (si vedano qui il rapporto completo e qui la pagina ufficiale della pubblicazione).
La ricerca è stata condotta su 157 imprese che hanno risposto volontariamente al questionario, pari al 47% delle 336 società individuate dalla Banca d’Italia come operatori fintech non soggetti alla vigilanza delle autorità finanziarie. Il campione non comprende quindi le banche, gli istituti di pagamento e gli altri intermediari autorizzati e vigilati, ma società tecnologiche che sviluppano e commercializzano servizi innovativi per il settore finanziario, talvolta attraverso accordi con gli stessi intermediari regolamentati.
La Banca d’Italia precisa che i risultati non sono statisticamente rappresentativi dell’intero universo delle fintech italiane, anche per la natura volontaria della partecipazione. Per analizzare l’evoluzione rispetto alla precedente indagine, relativa al 2024, l’Istituto ha inoltre esaminato separatamente le 88 imprese che hanno partecipato a entrambe le rilevazioni.

Si tratta di valori che suggeriscono l’esistenza di un ampio numero di operatori ancora impegnati nella fase di validazione commerciale e di consolidamento della propria offerta, nonostante competenze tecnologiche già sviluppate.
La Banca d’Italia sottolinea che il problema principale del comparto non è tanto la capacità di generare innovazione, quanto quella di industrializzarla, accedere stabilmente al mercato e raggiungere dimensioni sufficienti a sostenere nuovi investimenti. Le prospettive per il 2026 restano prevalentemente orientate alla crescita, ma con incrementi di fatturato e investimenti che, per la maggior parte delle imprese, sono attesi al di sotto del 50%.
Il rapporto dedica particolare attenzione alle fonti di finanziamento, evidenziando un mercato nel quale la crescita continua a essere sostenuta prevalentemente dalle risorse degli imprenditori e delle società stesse. I mezzi propri sono utilizzati dall’84% delle imprese, mentre il credito bancario compare tra le fonti di finanziamento del 19% e i contributi pubblici del 12%. Un ulteriore 9% indica altre forme di finanziamento, categoria che comprende anche business angel e investitori privati. La Banca d’Italia rileva invece che il ricorso al venture capital e al private equity resta residuale, nonostante la vocazione tecnologica delle imprese analizzate.
È un elemento particolarmente significativo per il mercato italiano del capitale di rischio, perché suggerisce che una parte rilevante dell’ecosistema fintech non riesce ancora ad accedere stabilmente ai finanziamenti necessari per accelerare lo sviluppo commerciale e tecnologico.
Il 26% delle imprese dichiara comunque di avere chiuso un round nel 2025, un dato che segnala la presenza di operazioni di raccolta ma che non consente, da solo, di valutare il capitale complessivamente mobilitato. L’indagine, infatti, non pubblica un ammontare aggregato dei round né ne distingue il valore per tipologia di investitore.
Tra gli strumenti pubblici viene citato anche Smart&Start Italia, l’incentivo di Invitalia rivolto alla nascita e allo sviluppo delle startup innovative.
La prevalenza dell’autofinanziamento, unita a volumi di investimento relativamente bassi, rappresenta uno dei principali limiti alla capacità delle imprese di trasformare soluzioni tecnologiche promettenti in prodotti diffusi su larga scala.

L’abbandono di iniziative progettuali resta un fenomeno relativamente contenuto: nel complesso, il 26% delle imprese dichiara di aver interrotto uno o più progetti nell’ultimo anno, a fronte del 16% registrato nell’edizione precedente. La tendenza resta visibile anche considerando soltanto le imprese presenti in entrambe le rilevazioni: nell’insieme omogeneo, la quota passa dal 17% al 23%. Le principali motivazioni riportate riguardano la mancanza di risorse finanziarie e lo scarso interesse del mercato.
Dal punto di vista tecnologico, l’intelligenza artificiale si conferma la soluzione più diffusa, utilizzata dal 70% delle società rispondenti e indicata come tecnologia principale dal 29%. Il dato complessivo di adozione è sostanzialmente in linea con la precedente rilevazione. La novità riguarda piuttosto la maggiore articolazione delle applicazioni. Tra le imprese che indicano l’AI come tecnologia prevalente, il 34% utilizza agenti autonomi, sistemi capaci di pianificare ed eseguire attività anche complesse con un intervento umano limitato. Un ulteriore 33% si concentra sull’intelligenza artificiale predittiva, impiegata per analizzare dati, supportare le decisioni e sviluppare applicazioni come la valutazione dei rischi e il credit scoring. Il restante 33% utilizza prevalentemente AI generativa, per produrre contenuti, sintetizzare informazioni e realizzare interfacce avanzate. Queste percentuali riguardano il sottoinsieme delle imprese che hanno indicato l’AI come tecnologia principale, non l’intero campione.
Accanto all’intelligenza artificiale, le altre tecnologie rilevanti comprendono analisi avanzata dei dati, blockchain e Distributed Ledger Technology e strumenti di crittografia avanzata.
La propensione all’innovazione rimane elevata: il 61% delle imprese dichiara di voler lanciare nuovi prodotti nel 2026, mentre soltanto il 10% prevede di mantenere invariata la propria offerta.
La diffusione dell’AI, dunque, non sembra rappresentare un elemento di differenziazione sufficiente di per sé. La vera sfida è trasformarne le applicazioni in prodotti commercialmente sostenibili e integrabili nei processi dei clienti.
L’indagine mostra anche un’evoluzione del rapporto tra le fintech e gli operatori finanziari tradizionali. Il 66% delle società collabora con almeno un intermediario vigilato, rispetto al 60% rilevato nell’indagine precedente. Anche restringendo il confronto al gruppo delle imprese presenti in entrambe le rilevazioni, la percentuale cresce, passando dal 60% al 64%. Il modello di business prevalente è infatti quello business-to-business, adottato dal 73% delle imprese.
Quanto ai settori di attività principali, il 36% opera nei servizi tecnologici di supporto alle attività finanziarie, categoria che comprende tra l’altro RegTech, open banking e cybersicurezza. Seguono il credito, con il 25%, i pagamenti, con il 19%, i servizi di investimento, con il 17%, e le assicurazioni, con il 3%.
Le collaborazioni avvengono soprattutto attraverso accordi commerciali e licenze tecnologiche. Risultano invece meno frequenti joint venture, partecipazioni societarie, progetti comuni di ricerca e sviluppo e reti di impresa.
La Banca d’Italia descrive quindi un ecosistema fintech che non si configura principalmente come alternativa alle banche e agli altri intermediari, ma sempre più come fornitore di tecnologie, infrastrutture e competenze per la trasformazione digitale del settore finanziario.
Anche sotto il profilo dimensionale e geografico, il comparto mantiene le caratteristiche di un ecosistema composto prevalentemente da piccole e medie imprese. Il 93% delle società conta meno di 100 dipendenti e il 49% è stato costituito tra cinque e dieci anni fa. Il 67% delle imprese ha sede legale nel Nord Italia, con una concentrazione particolarmente marcata a Milano, che ospita il 44% del totale.
Il 78% delle aziende opera in modo indipendente, mentre il restante 22% appartiene a gruppi societari. Le società a responsabilità limitata rappresentano l’83% del campione. Sul fronte delle competenze, il 51% degli addetti fintech proviene da percorsi di formazione tecnico-scientifica e il 29% da discipline economiche. Resta invece limitata la presenza femminile: nel 29% delle società non sono presenti donne tra gli addetti alle attività fintech.
Si rileva inoltre una progressiva apertura internazionale. Il 28% delle imprese opera già all’estero e un ulteriore 30% prevede di avviare attività oltreconfine, principalmente nei mercati europei. Anche su questo fronte, tuttavia, la disponibilità di risorse finanziarie e la capacità di costruire relazioni commerciali locali rappresentano ostacoli rilevanti.
La terza parte dello studio è dedicata al rapporto tra innovazione e regolamentazione. Il 56% delle imprese valuta negativamente l’effetto delle norme sui costi operativi, mentre il 50% segnala un impatto sfavorevole sui tempi necessari per portare nuovi prodotti sul mercato.
I principali ambiti normativi percepiti come rilevanti comprendono il regolamento generale sulla protezione dei dati personali (GDPR), la disciplina antiriciclaggio, il regolamento sulla resilienza operativa digitale (DORA) e l’AI Act. La Banca d’Italia osserva che alcuni di questi obblighi possono influenzare anche le fintech non direttamente assoggettate alla normativa, perché banche e intermediari vigilati ne trasferiscono determinati requisiti ai propri fornitori tecnologici.
Nonostante i costi di conformità, il 70% degli operatori che segnalano criticità considera complessivamente necessari i vincoli normativi vigenti, riconoscendo implicitamente il loro ruolo nella costruzione della fiducia tra operatori tecnologici e clienti finanziari. La gestione della compliance è affidata esclusivamente a consulenti esterni dal 53% delle società, mentre il 29% combina risorse interne ed esterne. Soltanto il 13% utilizza strutture esclusivamente interne e il 5% dichiara di non disporre di presidi dedicati.
Nel complesso, la seconda indagine della Banca d’Italia restituisce l’immagine di un settore che dispone già di tecnologie e competenze evolute, ma che non ha ancora superato del tutto gli ostacoli legati alla dimensione aziendale, alla raccolta di capitali e all’accesso ai grandi clienti.
Per il mercato del venture capital e del growth capital, il punto più interessante è proprio questo: la presenza di un’offerta tecnologica sofisticata non si traduce automaticamente in imprese finanziabili e capaci di crescere rapidamente.
La prevalenza dell’autofinanziamento, la quota elevata di operatori con ricavi inferiori a 200 mila euro e l’aumento dei progetti abbandonati indicano che il problema non riguarda soltanto la disponibilità di risorse economiche, ma anche la capacità di costruire modelli di business scalabili e validati dal mercato.
Al tempo stesso, il rafforzamento delle collaborazioni con gli intermediari vigilati suggerisce che una delle principali opportunità di sviluppo potrebbe arrivare proprio dall’integrazione delle fintech nella filiera finanziaria tradizionale.
Il successo delle imprese del settore dipenderà quindi sempre più dalla capacità di combinare tecnologia, capitale, competenze regolamentari e accesso commerciale, trasformando progetti innovativi in piattaforme industriali sostenibili e competitive anche sui mercati internazionali.
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