Una vita in pista. Con il sorriso ben stampato sul viso, sia nei momenti di gioia infinita, sia in quelli più difficili da gestire. L’Italia è da ormai anni innamorata pazza dell’energia contagiosa di Daisy Osakue, specialista del lancio del disco nonché uno dei profili più influenti dell’atletica italiana. L’azzurra è stata ospite recentemente a Focus, rubrica a cura di Alice Liverani in onda sul canale YouTube di OA Sport, per parlare non solo della sua carriera, ma anche del suo approccio dentro e fuori la pista, fornendo spunti oltremodo interessanti.
“Mi sento un esempio positivo? La cosa mi emoziona molto – ha detto Osakue – Mi sento più una sorella maggiore per i miei fratelli. Spero di essere vera, faccio vedere sia i momenti tristi che quelli felici, questo sali scendi fa parte della vita di noi atleti, specie quando è un numero che determina la tua felicità. Il personale è sicuramente il numero più importante, determina quanto lontano riesco a lanciare quell’attrezzo di un chilo. Poi durante l’inverno è importante qualsiasi personale in palestra. Cerchi sempre di migliorare secondi, metri. È una costante ricerca della perfezione e non è facile perché la testa è sempre in viaggio”.
L’atleta ha poi parlato dei suoi primi passi nel mondo dello sport: “Ho cominciato giocando a tennis, ma ho fatto anche basket, pallavolo, rugby, in un periodo hip-hop, capoeira, teatro e altro. Ma il tennis è stato il mio fondamento, l’ho fatto per sei anni. Poi a caso sono finita nel mondo dell’atletica. Facevo una volta a settimana preparazione al circolo qui a Settimo. A mia madre non piaceva. Poi a scuola erano cominciati i laboratori per i Giochi Studenteschi, e c’era il laboratorio di atletica il pomeriggio. Mia madre allora mi ha consigliato di farlo lì, per aggiungere qualcosa. Il Professore del tempo mi ha convinto, ho fatto i Giochi Studenteschi, abbiamo cominciato ad allenarci una volta a settimana, ho cominciato a vincere qualche garetta. Mia madre non voleva che facessi atletica perché c’era il tennis, purtroppo per lei i suoi sogni sono stati distrutti. Mia mamma è una gran donna, nel mondo atletico se non conosci i miei non hai capito niente. Sa tutto di tutti, è sempre presente, e lei si ricorda di tutti i risultati di tutti e noi tre fratelli che facciamo sport completamente diversi. È un’ultrà nata, non so come faccia.”
Come spesso capita con l’atletica, Daisy non ha cominciato subito con la specialità con cui è diventata nota: “Non sono partita subito dal disco. Ero longilinea, alta e coordinata. Ho cominciato a correre, ho fatto gli ostacoli, ho vinto gli 80 ostacoli, ma contrastava con il mio corpo che in pubertà cresceva velocemente. Sono sempre stata un po’ un carro armato, il mio corpo non reggeva, era faticoso. Ma allo stesso momento facevo un po’ di lanci. Mi ricordo di aver vinto un Campionato Giovanile nel disco a caso, senza allenamento, solo perché avevo male a fare gli ostacoli. Da lì Maria Marello, la mia allenatrice, ha messo giù l’idea, io non ero d’accordo. Fortuna che mi sono svegliata in tempo e ho cominciato a lanciare i piatti. Quando c’è stato il cambio dal tennis all’atletica è stata difficile convincere mia madre, mio padre è stato molto paziente. Lei poi si è innamorata degli ostacoli, vincevo le gare. Quando c’è stato il cambio per i lanci mia madre non era convinta, pensava non avessi forza. Lì c’è stato un grande lavoro della mia allenatrice, una delle poche persone che è riuscita a dirle: decido io cosa fa tua figlia, tu sei la mamma. Da lì mi si è aperto un sogno che non mi sarei mai immaginato. Fa molto ridere vedere oggi la loro unione, quando prima erano in una situazione turbolenta. Mia madre ora è considerata una sorella, la mia coach è parte integrante della mia famiglia”. Ma nella famiglia Osakue sono tutti sportivi: “Mia sorella è nella Nazionale di skeleton, a Cortina è stata apripista, mio fratello gioca nell’U17 della Juve, hanno avuto una stagione meravigliosa, sono arrivati secondi nella finale scudetto contro l’Empoli. Ho dei fratelli che spingono molto a casa. A Cortina non sono andata ma ho visto più volte gare a St. Moritz, è molto difficile. Vederla viaggiare a 130 km orari a testa in giù fa effetto. Non comprendo come faccia”.
Successivamente la discobola ha trattato un tema delicatissimo, ovvero la cittadinanza italiana avuta per legge a 18 anni, portando all’attenzione temi importanti quali odio social e l’ansia di dover sempre dare qualcosa in più: “Negli ultimi mesi ho avuto una piccola rinascita post crisi dove mi sono resa conto che dovevo tornare a ritroso e pensare al perché ho iniziato a fare sport, ovvero per me stessa. Mentre c’è stato un momento in cui sembrava dovessi dimostrare per le critiche che ho avuto fin da subito. Ci sono state figure importanti davanti a noi che ci hanno detto che quello che stavamo facendo non era per noi. E’ una cosa che riesci ad accantonare, ma nei momenti negativi è il primo pensiero che ti arriva. Negli anni ho rincorso questo desiderio di dimostrare di poter valere. Adesso mi sto risvegliando, sto ritrovando fiducia in me stessa. Haters? Credo che un po’ come tutti quelli della nostra generazione siamo passati dai walkman a internet, è stato difficile gestire questo cambiamento. Non ci si rendeva conto di come filtrare tutte queste informazioni. All’inizio mi colpiva molto, sono stata molto male con tante nottate a piangere. Poi però ti ricordi chi sono queste persone che scrivono i commenti.”
Daisy ha quindi proseguito: “Per me è molto importante la condizione della donna in tutti gli ambienti in cui entra. In più ammetto che non posso negare che il primo impatto che una persona ha vedendomi è di una donna nera, sono molto interessata al tema dell’intersezionalità, sono cose che ho approfondito quando ho studiato negli States la mia magistrale in comunicazione. Sono temi che vorrei riportare da noi e rendere più accessibili. Locke diceva che la conoscenza deriva dall’esperienza. Più noi riusciamo a riportare delle tematiche con calma, senza stigma, meglio è. Se tu dici a una persona che sta sbagliando senza spiegargli perché diventa un confronto senza risultato. Le barriere che ci creiamo derivano dalle nostre barriere personali, più esperienze positive su un determinato tema tu crei, più lo stigma va giù. Bisogna tenere la mente aperta, essere pazienti, essere bravi nel parlare così che le persone abbiano voglia di ascoltarti.”
L’azzurra ha poi parlato di un obiettivo, segreto, che nasconde nel cuore: “Piano piano mi sono resa conto di essere più cose, sono più orgogliosa della persona che sono. Sono Daisy sorella, figlia e amica. Credo che queste interazioni siano la mia vera ricchezza. Poi sono felice di tutto ciò che lo sport mi ha regalato, sono felice dei risultati ottenuti ma ho ancora un po’ di fame. Riuscirò a parlare della Daisy atleta solo quando sarò fiera. Sono molto scaramantica. Il momento in cui riuscirò a raggiungere quel piccolo obiettivo che ho nascosto nel cuore, che manco i miei genitori sanno, mi vedrete diversa, con tutte le mie emozioni. Vorrei lasciare da vincente? Non so, non so se sia una questione tra vincente e non vincente. Mi piacerebbe terminare la mia carriera sportiva in un momento in cui so che potrei intraprendere altre strade con serenità, non vorrei che lo sport mi impedisse di fare altro. Noi però andiamo a quadrienni, per me il mondo finisce dopo Los Angeles. Dopo il 2028 si vedrà. Lasciare dopo LA? Io non avrei mai immaginato neanche di andare a una Olimpiade, pensare di stare preparando la terza mi fa capire quello che ho costruito. Devo ancora comprendere quello che sta succedendo nella mia vita, sono passata da ragazzina senza futuro nel disco ad essere una professionista che sta preparando la terza Olimpiade. È qualcosa di potente, mi dà i brividi parlarne.”
Non è mancato poi un riferimento alla grande differenza a livello di percezione degli atleti che esiste tra l’Italia e Gli Stati Uniti: “Dagli States porterei in Italia la figura dello studente atleta. È qualcosa che viene apprezzata. Io ricordo in Italia, prima di trasferirmi, ero al secondo anno di giurisprudenza ed era difficile. Ero considerata l’atleta. Era difficile, perché i professori ti marchiavano come atleta, uno o due punti te li toglievano. Negli USA c’è l’amore, l’apprezzamento, l’aiuto della facoltà con gli atleti studenti, comprensione e flessibilità. Erano persone che comprendevano la nostra condizione, ed era apprezzata. Uno può fare l’atleta ed accantonare lo studio, ma si possono fare entrambi. Lì sei considerata un supereroe, cercano a lavoro persone come queste che riescono ad eccellere in entrambi in campi, è qualcosa di positivo, perché qui viene considerato qualcosa di negativo? Si deve portare luce su questo. Spesso discuto con i miei fratelli, tutti e tre abbiamo vissuto il liceo in modo diverso, io in modo negativo perché alcuni Professori non vedevano di buon occhio il fatto che fossi atleta. Io ero anche un po’ una rompiscatole, ero rappresentante di istituto, rappresentante di classe. Occuparmi solo di atletica? Non credo che nel tipo di famiglia in cui son cresciuta che sia possibile fare solo sport. Mio padre ha sempre parlato dell’importanza dell’educazione, l’unico potere che una persona ha è la conoscenza. Puoi essere il migliore al mondo, ma se non conosci sarà difficile interagire con le persone intorno a te. Anche con poche risorse, se hai la conoscenza puoi vivere il mondo. Lo sport potrebbe, facendo gli scongiuri, non fare più parte della mia vita, quindi bisogna essere pronti.”
Non è mancato inoltre un ringraziamento al Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle: “Una delle grandi fortune è stata quella di entrare nel gruppo sportivo. In primis a livello pratico non pensare a come campare è una cosa buona. Ma anche a livello di tranquillità mentale, negli ultimi mesi ho dovuto riscoprirmi, la scorsa stagione è stata complicata, vedevo solo il buio. Ho sempre avuto una spalla su cui piangere, il Gruppo mi ha sempre rincuorato, mi hanno detto di riscoprirmi. Questo mi ha scioccato. Nel lavoro o produci o te ne vai. Invece mi hanno trattata come parte della famiglia. Sono quindi passata dalla stagione orribile a quella di ora.”
In ultimo Osakue ha parlato nuovamente del suo grande sogno e delle chance di coronarlo, svelando anche un retroscena sul suo approccio visto poche settimane fa in Francia, dove ha migliorato il record italiano: “Abbiamo margine per il sogno? Tecnicamente sì. La maturità si scopre con il tempo, cambiare piccoli gesti ripetuti è difficile. C’è margine a livello fisico e tecnico oltre che mentale. Io sono il mio più grande nemico, quando tolgo le nubi torno la Daisy di 3 anni fa, ho aggiunto 11 cm in tre anni, devo solo crederci un po’ di più. Il lancio che ricorderò per sempre è la qualifica delle Olimpiadi di Tokyo, dove ho eguagliato il record italiano in un momento per me complicatissimo. Fare quel lancio mi ha dato la possibilità di entrare in finale, da lì ho cominciato ad acquisire fiducia, mi vengono i brividi a pensare a quel giorno. Il mio pianto di poche settimana fa è stato diverso, è stato di sollievo. Era da tanti anni che le cose andavano bene in allenamento e in gara no. Ed è stato frustrante, è difficile descrivere i momenti no di un atleta: devi stare con te stesso sempre, non solo al campo. Ce lo meritiamo per tutto quello che abbiamo fatto fino ad adesso, spero che quell’immagine resti e che me la possa portare sempre. Sicuramente ha fatto click, questi ultimi due mesi sono stati difficili a livello personale, sono successe delle cose che hanno scosso la famiglia nel nucleo, mi ha dato l’opportunità di comprendere le priorità della mia vita, sono andata quindi in pedana con più tranquillità. Noi famiglia siamo la cosa più importante, quando siamo tutti e cinque insieme si possono fare grandi cose, ho affrontato quella gara con il cuore pieno, rotto, leggero”.
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Fabrizio Testa
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