Dal 12 agosto la stretta Ue sugli imballaggi mette nel mirino i multipack: bottiglie sempre più singole, aziende nell’incertezza e dal 2029 arriva pure la cauzione
Dopo i tappi attaccati alle bottiglie, altra perla dell’ingegneria normativa europea, Bruxelles si prepara a occuparsi anche di come gli italiani portano a casa l’acqua minerale. Non il contenuto, almeno per ora. Il contenitore. Anzi, l’involucro che tiene insieme le bottiglie: il classico fardello da sei, con il manico, quello che milioni di famiglie caricano nel carrello senza porsi grandi questioni filosofiche sul destino dell’umanità.
Il nuovo diktat
Dal 12 agosto cominceranno infatti ad applicarsi i nuovi diktat del Regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio, il Ppwr, pensato per ridurre il packaging considerato superfluo e spingere su riuso, riciclabilità ed economia circolare. Tradotto dal burocratese: i multipack sono il nuovo nemico dell’Ue. Poco importa delle guerre in corso, dell’inflazione e dell’affanno industriale. Bruxelles si deve far vedere green. E nel mirino finisco le confezioni di acqua minerale che tengono unite sei bottiglie da un litro e mezzo.
Così, nel pieno di una delle estati più torride di sempre, mentre il consiglio più ripetuto da medici, telegiornali e bollettini meteo è bere molto, l’Europa regala al consumatore una nuova comodità: comprare bottiglie singole e arrangiarsi nel trasporto. La sostenibilità per loro, evidentemente, comincia dal mal di schiena.
L’industria avverte Bruxelles
Il settore poi, insomma, non l’ha presa benissimo. Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, la Federazione italiana delle industrie delle acque minerali, ricorda che le imprese si erano già mosse contro l’ennesima follia proveniente da Palazzo Berlaymont. «Abbiamo avuto diverse interlocuzioni con i funzionari europei, facendo presente che la confezione con il manico agevola la portabilità delle bottiglie e assicura maggior sicurezza perché protegge le bottiglie. Ci hanno detto che la norma sarà corretta ma ancora non abbiamo visto niente di scritto. Possibile che non si rendano conto che l’industria ha bisogno di programmare, i cambiamenti non possono arrivare a ridosso della data di entrata in vigore», commenta Fortuna a La Verità.
Il punto è proprio questo: a Bruxelles le promesse si susseguono, pretendendo che le aziende si adattino ai loro tempi. Ma chi lavora davvero non può programmare produzione, logistica, forniture e distribuzione sulla base di rassicurazioni verbali. La filiera industriale non vive di pacche sulle spalle. Ha bisogno di testi, scadenze, regole chiare. Possibilmente prima che la norma entri in vigore.
Dal margine nazionale alla gabbia europea
La novità non è soltanto ambientale. È anche politica. Il Regolamento Ue 2025/40 sostituisce la precedente direttiva sugli imballaggi, che lasciava agli Stati membri margini più ampi per adattare gli obiettivi europei alle rispettive realtà nazionali. Ora il quadro cambia, di nuovo: non solo stessi traguardi, ma anche metodi molto più uniformi.
È il vecchio vizio Ue elevato a sistema: invece di fissare l’obiettivo e lasciare ai Paesi la strada migliore per raggiungerlo, Bruxelles entra nel dettaglio, decide la procedura, stringe le maglie, pretende la stessa ricetta per realtà diverse. Così il principio astratto diventa vincolo pratico. E il vincolo pratico, spesso, diventa costo per imprese e consumatori.
In Italia il tema pesa più che altrove, perché l’acqua minerale non è un prodotto marginale. Ogni anno le famiglie italiane consumano circa 273 litri di minerale, pari a 68,25 litri al mese. Considerando i fardelli da sei bottiglie da 1,5 litri, significa circa sette-otto multipack al mese per famiglia. Non esattamente una nicchia per collezionisti di packaging.
Dal 2029 arriva anche la cauzione
E il fardello è solo l’antipasto. Dal primo gennaio 2029 scatterà anche il sistema cauzionale per i Paesi che non raggiungono il 90% di raccolta delle bottiglie di plastica. In pratica, il consumatore pagherà una cauzione al momento dell’acquisto e riavrà i soldi solo restituendo la bottiglia vuota.
Il meccanismo può avere una sua logica in Paesi dove la raccolta differenziata è arretrata. Ma applicarlo senza distinguere tra chi è indietro e chi ha già fatto molto rischia di trasformarsi nell’ennesima punizione per i virtuosi. L’Italia, infatti, è già da tempo in cima al podio per la raccolta differenziata, con circa il 70%, mentre la Francia è molto più indietro, attorno al 35-37%. Eppure Bruxelles non sembra particolarmente interessata a questa differenza.
«Arrivare al 90% è praticamente impossibile. Non ci opponiamo al sistema cauzionale ma chiediamo di raggiungere questo obiettivo anche con altri procedimenti», incalza Fortuna.
Il riciclo c’è, ma Bruxelles non lo vede
Il paradosso è che l’industria italiana dell’acqua minerale non è rimasta ferma. Anzi. Negli ultimi quindici anni, pur con un mercato cresciuto del 30%, le aziende hanno mantenuto invariata la quantità di plastica immessa, riducendo il peso delle bottiglie grazie a tecnologie più avanzate. Meno materiale, più efficienza, più ricerca industriale. Cioè sostenibilità vera, non nella mente dei burocrati.
«Oggi immettiamo la stessa quantità di plastica di 15 anni fa anche a fronte di un mercato che è aumentato del 30% perché abbiamo ridotto il peso delle bottiglie tramite tecnologie molto avanzate. La vera sostenibilità la fanno le imprese che sono impegnate in prima linea nelle strategie di impatto ambientale e di questo l’Europa dovrebbe tener conto», sottolinea ancora il vicepresidente. Poi, indica anche altre strade: il riciclo chimico, che quando la norma è stata scritta non era ancora pienamente operativo, e il recupero delle bottiglie finite nell’indifferenziata, oggi utilizzate anche nella termovalorizzazione. Se si considerassero questi percorsi, secondo il settore, il ciclo dell’economia circolare sarebbe già molto più vicino agli obiettivi europei.
Un settore che vale export, lavoro e filiera
Ci si intenda: non stiamo parlando di un comparto marginale. L’acqua minerale è un pezzo rilevante dell’economia nazionale. L’Italia esporta 1,7 miliardi di litri, con un saldo commerciale attivo di circa 700 milioni di euro l’anno. Numeri che raccontano una filiera solida, competitiva, capace di portare il made in Italy anche fuori dai confini. Tuttavia, come spesso accade, proprio chi produce, innova e crea valore finisce sotto tiro.
Prima la tassa sulla plastica, poi la sugar tax, ora la stretta sugli imballaggi e, dal 2029, la cauzione obbligatoria. Il copione resta identico: Bruxelles decide, le aziende rincorrono le norme, le famiglie pagano il conto.
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Alice Carrazza
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