Giocatrici che si lamentano degli ex fidanzati, giocatori che crollano in lacrime davanti alle telecamere o avviano conversazioni pubbliche col proprio segnalatore glicemico, dichiarazioni d’amore alternate a dichiarazioni i odio per il tennis, bollettini medici pubblici dettagliati come referti di colonscopia: non è che ci stiamo avvicinando un po’ troppo ai nostri campioni?
You Cannot Be Serious – a cura di Paolo Porrati
Dopo aver sconfitto Coco Gauff nel torneo di Berlino, Paula Badosa si è trovata a rispondere a una domanda che aveva poco a che vedere con il tennis e molto con la sua vita privata. L’argomento, benedetti giornalisti moderni, era la fine della sua relazione con Stefanos Tsitsipas, e la risposta è stata – credo – quella desiderata dai leoni a testiera.
Badosa ha parlato di una relazione tossica, ha raccontato sofferenze, delusioni e dinamiche personali, affidando a una conferenza stampa internazionale considerazioni che, fino a non molti anni fa, sarebbero probabilmente rimaste confinate tra amici, familiari e persone direttamente coinvolte. Forse neanche il suo team ne sarebbe venuto a conoscenza. Naturalmente non so chi abbia ragione, e nemmeno cosa sia realmente accaduto tra i due. E soprattutto, dico sapendo di suscitare divisività, penso che non dovrebbe neppure interessarci troppo.
I panni in piazza
Già, perché quello che mi interessa e sul quale voglio richiamare la vostra attenzione, è riflettere su come siamo arrivati al punto in cui una conferenza stampa di un torneo professionistico diventa il luogo naturale per discutere pubblicamente della qualità di una relazione sentimentale. La risposta più semplice chiamerebbe in causa i social network e la loro pervasività, quella più raffinata tirerebbe in ballo Netflix, la cultura della trasparenza, la salute mentale e il bisogno contemporaneo di mostrarsi autentici, quella più sottotraccia il dominio degli uffici-stampa-scelti-per-monetizzare-la-qualunque e ben felici di generare clickbait.
Probabilmente sono tutte spiegazioni legittime, e io non son certo un sostenitore delle conferenze stampa / fotocopia, per le quali non serve neanche l’Intelligenza Artificiale e che suonano tutte come una litania di “oggi ho giocato bene” o “non ho giocato al mio livello” e banalità equiparabili. Per carità, tutto molto bello ma seguendo e osservando il tennis da molti anni vengo insidiato al sospetto che in realtà il punto è che abbiamo tutti perso giorno per giorno senza accorgercene qualcosa che ora fatichiamo anche a riconoscere come perdita: la giusta distanza.
Tutti hanno problemi. Da sempre
Per capire cosa intendo bisogna fare un piccolo sforzo di memoria. Andre Agassi non era certo il testimonial ideale della serenità, come abbiamo scoperto molti anni dopo leggendo il meraviglioso Open (bt, scritto da un premio Pulitzer, così, tanto per far capire il senso dell’operazione…). Boris Becker – ne abbiamo parlato, leggi QUI l’articolo – ha condotto già quando era in attività una vita privata talmente movimentata da far sembrare il James Bond di Daniel Craig un rappresentante di aspirapolveri. Monica Seles affrontò la realtà a coltellate, subite, subendo una tragedia personale e professionale che ancora oggi lascia sgomenti. Jennifer Capriati attraversò una spirale di problemi che cambiò la traiettoria della sua vita ben oltre la carriera agonistica. Nel loro piccolo, Panatta e Bertolucci dirompono in aneddoti degni di una raccolta enciclopedica sì, ma postuma, dal punto di vista agonistica.
Eppure il pubblico continuava – io continuavo – a guardare tutti loro e ad osannarli solo e soltanto per il modo in cui buttavano la palla oltre il nastro. Le loro fragilità esistevano eccome, ma non erano il centro della narrazione. Di certo, non ella mia. Era bellissimo considerarli delle specie di supereroi, degli esseri a metà fra l’umano e la divinità sportiva, degli esseri che un Dio benevolo ha mandato dalle nostre parti a spiegarci cosa potevamo diventare con una racchetta in mano. E mi stava bene così. Li sentivo vicini abbastanza da poter sognare di assomigliare a loro, ma non così vicini da scoprire dettagli capaci di spezzare l’incantesimo. Ancora oggi per me è così, e mi si arriccia il naso a vedere che il Divino Duplantis, uno che con una semplice asta può superare senza nemmeno sudare metà dei tetti della mia città (Milano) poi si sposa con uno smoking che neanche nei B-Movies su Las Vegas. Peraltro, con di fianco un Sinner perfetto. Oggi accade spesso il contrario.
Anche meno
Non c’è più nessun mistero, e soprattutto – ripeto, opinione personale – si parla di problematiche che toccano alternativamente tutti noi. Roba che già sentiamo e che non aggiunge nulla al nostro amore per il tennis, che spero si basi sulla qualità o meno delle smorzate i Tiafoe a Fritz in quel di Halle.
Quando Carlos Alcaraz parla della pressione che accompagna il successo, la notizia non riguarda il suo tennis ma il suo stato d’animo. Quando Naomi Osaka racconta il rapporto difficile con i media, il dibattito si sposta immediatamente sul benessere psicologico degli atleti. Quando Andrey Rublev descrive i propri momenti più bui, le sue parole diventano oggetto di analisi psicologiche anziché tecniche. Attenzione, non sto dicendo che questi temi non meritino attenzione, sarebbe ingiusto, per troppo tempo lo sport ha considerato il disagio psicologico una sorta di difetto da nascondere. Molti atleti hanno sofferto in silenzio e alcuni ne hanno pagato il prezzo, come il Mardy Fish raccontato meravigliosamente da Netflix.
Il punto a mio avviso è un altro. Ecco, secondo me tra il silenzio assoluto e la confessione pubblica permanente deve per forza esistere una via di mezzo. Che tuteli sia i giocatori che noi appassionati. Tra l’indifferenza generale e la condivisione totale deve esistere una distanza. Ed è proprio quella distanza che sembra essere scomparsa. Il tifoso contemporaneo sa tutto, e forse dovrebbe saperne anche meno. Conosce i cani dei giocatori, i loro hobby, le loro paure, i loro allenamenti, i loro figli, le loro vacanze, le loro relazioni sentimentali e talvolta perfino le loro sedute terapeutiche. Nessuna generazione di sportivi è stata così vicina al proprio pubblico, e viceversa. E nessuna generazione di sportivi è apparsa tanto fragile, e viceversa.
Quando ogni difficoltà viene immediatamente raccontata, spiegata, analizzata e commentata, il rischio è che smetta di apparire come un ostacolo da superare e finisca per diventare una componente da accettare e basta. Molto pericoloso. In altre parole, il tennis moderno sembra aver compiuto un passaggio curioso. Nel tentativo, assolutamente condivisibile, di umanizzare i campioni, ha iniziato talvolta a trattarli come ragazzi da proteggere piuttosto che come adulti chiamati ad affrontare problemi. Eppure, stiamo parlando di professionisti che gestiscono patrimoni milionari, aziende personali, staff numerosi e carriere globali. Persone che affrontano responsabilità enormemente superiori a quelle della maggior parte dei loro coetanei. Comprendere le loro difficoltà è doveroso, ma trasformarle sistematicamente in attenuanti lo è decisamente molto meno. Come nella vita, anche nel tennis lo sprone deve essere a migliorarsi, a trovare la via per andare avanti senza accettare i limiti che ci vengono posti e senza soprattutto usarli come scuse per non impegnarsi a ondo in quello che si fa.
Immaturi
E anche qui il nostro Rosso continua a distinguersi. Collassa sotto il sole di Parigi, esce dal campo pallido come un lenzuolo e concede al mondo esattamente la quantità di informazioni che ritiene necessaria: poche. Poi si fa visitare, probabilmente costringe medici, infermieri, portantini e distributori automatici dell’ospedale a firmare accordi di riservatezza degni della formula della Coca-Cola, torna ad allenarsi e ricomincia a giocare. Fine delle comunicazioni.
Non so se sia il modello giusto. Non so neppure se sia sempre possibile comportarsi così, ma so per certo che esiste una differenza tra raccontare una difficoltà e trasformarla nella propria identità pubblica. Forse è questo che intendo quando parlo di giusta distanza. Non quella che separa gli atleti dai tifosi, ma quella che separa i problemi dalle persone. Perché alla fine il tennis resta un gioco sorprendentemente semplice. Si entra in campo, si vince oppure si perde.
E, come ricorda un vecchio adagio che continua a godere di ottima salute: chi vince festeggia, chi perde spiega.

You cannot be serious è la rubrica settimanale di TennisTalker Magazine dedicata a tutto ciò che nel tennis non rimbalza ma … fa rumore lo stesso! A cura di Paolo Porrati: accanito “quarta categoria”, è stato Giudice Arbitro per la FITP e ha partecipato da spettatore a tutti gli Slam, Finals, Davis e Olimpiadi. È autore del romanzo giallo “Lo sport del diavolo”, pubblicato da Laurana Editore e rivelazione sportiva dello scorso anno, e del suo seguito “Singolare femminile”, ambientati nel mondo del tennis.
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Paolo Porrati
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