Perché l’Italia sta diventando il Paese con il più alto debito/Pil dell’Eurozona


Nota a cura di Chiara Amati, Giampaolo Galli e Gianmaria Olmastroni

*** Il rapporto tra debito e Pil dell’Italia era del 137% a fine 2025, il massimo storico escludendo il periodo Covid (2020-2022). Nel 2026 il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede che salga al 138%, valore che sarà il più alto d’Europa, superiore anche alla Grecia (136%, Fig. 1).[1] Il Paese ellenico ha infatti ridotto di molto il proprio debito, così come altri Paesi del Sud Europa che, come l’Italia, erano stati tra i più colpiti dalla crisi del 2011-12. Come hanno fatto Grecia, Portogallo, Spagna e Cipro a ridurre il proprio debito?

Le determinanti del rapporto debito/Pil

Il rapporto debito/Pil cambia in base a tre fattori:

Il disavanzo primario, cioè la differenza tra uscite ed entrate dello Stato, senza considerare gli interessi sul debito.

L’effetto “palla di neve”, cioè l’impatto del tasso di interesse medio pagato sul debito (che fa aumentare il rapporto) e del tasso di crescita dell’economia (che fa diminuire il rapporto). Se il tasso di interesse medio sul debito (i) supera il tasso di crescita del Pil nominale (g), il rapporto debito/Pil cresce anche con un bilancio primario in pareggio, perché il debito (a causa degli interessi) cresce più velocemente del Pil. Invece, se la crescita supera il tasso d’interesse, tenendo il bilancio primario in pareggio, il Pil cresce più del debito e il rapporto diminuisce. Maggiore è il rapporto debito/Pil di partenza, più la differenza i-g è importante.[2]

Un residuo dovuto a vari motivi contabili e finanziari, detto aggiustamento stock-flussi.[3]

L’Italia

In Italia, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2007, il rapporto debito/Pil è sceso dal 108% al 103%, grazie a una stagione di costanti avanzi primari che sono riusciti a compensare un differenziale i-g leggermente sfavorevole (Fig. 2)

Questa tendenza si è invertita durante la doppia crisi (finanziaria e dei debiti sovrani), quando il rapporto è salito fino al 135% del 2014, quasi interamente a causa dell’effetto “palla di neve”. La recessione ha abbattuto il tasso di crescita mentre i tassi d’interesse rimanevano elevati, rendendo il debito auto-alimentante nonostante gli sforzi di consolidamento fiscale.

Dal 2015 la situazione macroeconomica si stabilizza, e così il debito come risultato di bassi avanzi primari ma sfavorevole effetto palla di neve.

Con la pandemia, il rapporto passa da 134% a 154%, per il simultaneo effetto del crollo del Pil e dell’ingente disavanzo a sostegno dell’economia. Negli anni recenti, la risalita è invece riconducibile quasi interamente all’aggiustamento stock-flussi.

Si tratta dell’effetto ritardato dei crediti d’imposta del Superbonus, che impattano contabilmente sul debito al momento del riscatto, e quindi dello sconto fiscale per il cittadino e della mancata entrata di cassa per lo Stato (dal 2024 in poi), e non quando sono stati concessi (tra il 2021 e il 2023, quando infatti il residuo frena la crescita del debito).

La Grecia

La Grecia ha invece una storia molto diversa. All’inizio del millennio, il rapporto debito/Pil è rimasto grossomodo stabile dal 2000 al 2007 intorno al 104%, per la combinazione di due forze contrastanti che si sono bilanciate: disavanzi primari ed effetto “palla di neve” favorevole (Fig. 3).

Il nodo è venuto al pettine con la crisi: il differenziale i-g è diventato positivo (con relativo aumento del debito) e il deficit primario ha raggiunto il 10%, portando il rapporto al 130% nel 2009.

La rilevazione della falsificazione dei bilanci pubblici ha innescato una crisi di fiducia tale da richiedere un prestito dalla Troika (Commissione Europea, BCE e FMI), subordinato all’attuazione di riforme strutturali e alla riduzione del deficit. Nonostante ciò, il debito nel 2011 ha raggiunto il 175% del Pil.

Nel 2012, la Grecia ha dichiarato di fatto default ristrutturando il suo debito.[4] Contabilmente, questo taglio ha comportato un aggiustamento stock-flussi fortemente negativo (34% del Pil). Ciononostante, il rapporto è diminuito di soli 10 punti percentuali a causa dell’i-g ancora molto penalizzante. Negli anni successivi la recessione è continuata e ha spinto il rapporto oltre il 180%.

Consistenti avanzi primari e una riduzione di un effetto “palla di neve” sfavorevole hanno permesso alla situazione di stabilizzarsi attorno a quel valore. Fondamentali per il raggiungimento di questa stabilità sono stati gli aiuti da parte delle istituzioni europee. Nel 2018 è stata erogata l’ultima tranche del piano di salvataggio, di cui larga parte (9,5 miliardi) è stata accantonata come “cash buffer”, ovvero un cuscinetto di liquidità da usare in caso di emergenza.[5] Sebbene questo abbia inizialmente aumentato il debito/Pil tramite la componente residuale, ha però permesso alla Grecia, come ad altri Stati, di poter supportare l’economia durante gli anni della pandemia con maggiori margini di manovra e minore necessità di emettere nuovo debito o creare nuovo deficit.[6]

La Grecia ha, infatti, vissuto un post-pandemia particolarmente positivo. Il rimbalzo del Pil non si è limitato al triennio 2021-23, come in Italia, ma si è protratto anche negli anni seguenti.[7] Grazie a ciò, il differenziale i-g è stato fortemente favorevole. In aggiunta, gli avanzi primari registrati già dal 2023, hanno permesso alla Grecia di intraprendere un percorso di riduzione del debito di circa 10 punti percentuali l’anno. Talché il debito è sceso dal 210% del Pil nel 2020 al 146% nel 2025 e, secondo le previsioni FMI, al 136% nel 2026.

Il Portogallo

A differenza della Grecia, il Portogallo a inizio millennio partiva da una situazione più favorevole, con un valore del rapporto debito/Pil al 54%. Tuttavia, ampi e consistenti disavanzi primari lo hanno portato ad affacciarsi alla crisi con valori del debito già al 75% (2008). Il picco è stato raggiunto nel 2014 (132%) per una combinazione di fattori, primo fra tutti sostanziali disavanzi che nel 2009 e 2010 registravano valori del 7,2% e 8,7%. Il Paese è stato quindi costretto nel 2011 a richiedere un piano di salvataggio da 78 miliardi (motivo dei grandi residui del 2011-2012) da UE e FMI in cambio di riforme strutturali importanti: aumento delle entrate fiscali, semplificazione della burocrazia e una massiccia opera di spending review, che ha comportato licenziamenti di massa, ma grazie alla quale il deficit è stato messo sotto controllo. Il taglio delle sacche di inefficienza è stato doloroso, ma è stato percepito come atto a portare benefici nel lungo termine, migliorando la credibilità dei governi portoghesi, e portando ad una diminuzione della spesa per interessi.[8] Questo percorso ha permesso al Portogallo di uscire dal programma di sorveglianza già nel 2014, anno in cui il rapporto debito/Pil inizia a diminuire, grazie ai costanti avanzi primari registrati e tassi di crescita elevati già dal 2015 (ad eccezione del 2020).

Anche il Portogallo, come la Grecia, ha deciso di affrontare l’emergenza pandemica creando una riserva di liquidità precauzionale nel 2020, aumentando temporaneamente il debito pubblico attraverso il residuo. La scelta si è rivelata strategica: nel 2021 la riduzione di questo…


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 a cura di Osservatorio Conti Pubblici Italiani

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