Nel silenzio, anche i campioni rischiano di finire in crisi. L’Italia è fra i primi Paesi europei per riciclo della plastica: in questo siamo davvero campioni, capaci di fare scuola. Per paradosso, siamo anche il Paese che consuma in assoluto più bottiglie di acqua minerale, ma finora grazie a una filiera del riciclo che ha funzionato, abbiamo ovviato al problema e alimentato l’economica circolare. Nel mondo il 6 settembre era il Plastic Overshoot Day, il momento in cui i rifiuti di plastica prodotti dall’umanità hanno superato la capacità di gestirli adeguatamente: in Italia quella data va spostata avanti di quasi due mesi, il 5 novembre. Secondo un report di Earth Action quest’anno 72milioni di tonnellate di rifiuti di plastica si riverseranno nell’ambiente ed entro la fine di settembre oltre l’85% della popolazione mondiale vivrà in aree che hanno superato la loro capacità di gestione. Numeri che ci indicano la necessità estrema di ridurre la produzione di plastica vergine e migliorare il riciclo di quella esistente. L’Italia in questo finora ha fatto bene: abbiamo un’alta produzione annua pro capite di rifiuti di plastica (61 kg pro capite) ma parallelamente anche un buona capacità di recuperare gli scarti dato che oltre il 50% degli imballaggi in plastica in Italia viene recuperato, avvicinandoci così al target fissato dall’Europa.
Questo perché siamo bravi e spingiamo nella raccolta differenziata, per esempio: solo che ora qualcosa sta cambiando. Dalla Sardegna a Roma, la grande macchina del riciclo rischia infatti di ingolfarsi: mentre la differenziata cresce si sta riducendo la capacità del sistema di assorbire e selezionare i grandi quantitativi di plastica. In sostanza, ci sono sempre meno impianti efficienti a disposizione. Per dare un’idea: nel primo semestre 2026 sono state raccolte 50 mila tonnellate in più rispetto allo stesso periodo del 2025 (oltre 8 mila tonnellate aggiuntive ogni mese) ma la capacità di selezione si è ridotta di 11.500 tonnellate al mese. Un bel problema, che potrebbe trasformarsi in un boomerang se non si agisce in fretta. “Dobbiamo migliorare gli impianti e serve il sostegno delle istituzioni o rischiamo di ingolfarci” spiega chiaramente a Green&Blue Giorgio Quagliuolo, presidente di COREPLA, il Consorzio nazionale per la raccolta, riciclo e recupero degli imballaggi in plastica. A lui abbiamo chiesto cosa sta succedendo e quali sono i maggiori rischi a cui andremo incontro.
Dalla Sardegna alla Sicilia, dalla Puglia alla Campania, fino a Lazio e Marche: i centri di conferimento plastica quest’anno sono sotto estrema pressione. Presidente, cosa sta succedendo?
“In Italia c’è una storica carenza impiantistica che purtroppo in questa annata ci ha messo parecchio in difficoltà. Nel 2026 ci sono stati sia diversi incendi per cui alcuni impianti si sono dovuti fermare, sia degli interventi di revamping, in sostanza l’ammodernamento di strutture che non poteva più essere rimandato se non si volevano perdere finanziamenti. Se uniamo tutto ciò a carenze di impianti di riciclo si può comprendere come sia diminuita la capacità di trattamento in un momento in cui i quantitativi di plastica da gestire sono aumentati”.
Ci sono casi più gravi di altri?
“In alcuni casi ci sono grossissime difficoltà. Forse quello più emblematico è la Sardegna: ha praticamente una capacità di trattamento che è pari a un terzo della raccolta differenziata che fanno nella regione per cui due terzi della raccolta differenziata della Sardegna devono essere mandati in altre zone d’Italia per essere trattati in impianti. Questo chiaramente comporta un aggravio di costi per il trasporto della Sardegna al continente e la saturazione di impianti ovunque”.
Dove finisce la plastica che non riusciamo a riciclare?
“Il percorso della gestione della plastica dipende da tante cose, dai materiali, dai polimeri. In generale la raccolta differenziata viene conferita a dei centri comprensoriali dove fanno operazioni di pressatura o pre pulizia, centri che non gestiamo noi ma sappiamo essere estremamente sotto pressione. Da lì i prodotti vanno poi negli impianti di selezione dove viene divisa per polimeri: quelli riciclabili vanno ai riciclatori, gli altri seguono un’altra strada che è quella per esempio della termovalorizzazione o altre filiere. Spesso, in questo percorso, oggi con carenza di impianti e problemi migliaia di tonnellate si fermano già al primo passaggio”.
Ciò significa che se la situazione dovesse peggiorare non verrà più raccolta la plastica differenziata dei cittadini?
“Il rischio c’è. Immaginiamoci che ogni impianto che sia di riciclo, di selezione o di compressione è autorizzato allo stoccaggio e la gestione di un certo quantitativo di rifiuti e non può tenerne di più. Quando un impianto è saturo non si fa più arrivare roba dai centri di selezione. Quando i centri di selezione sono saturi non si ritira più la raccolta dai centri comprensoriali, quando i centri comprensoriali sono saturi rifiutano i carichi di roba che viene raccolta da case e strade”.
E se ciò accade cosa si rischia?
“Se non trovi uno sbocco si interrompe la raccolta differenziata e a questo punto o tutto finisce in discarica, col rischio di bruciare di tutto, oppure appunto i rifiuti non vengono più nemmeno raccolti. Si tratta di una situazione sicuramente esplosiva che noi fino ad oggi in qualche maniera siamo sempre riusciti a tamponare: abbiamo cercato magazzini, siti di stoccaggio e messo in atto tante operazioni per evitare che si arrivasse alla crisi, ovvero a quell’interruzione della raccolta differenziata che è quello che vogliamo evitare”.
Come ne usciamo?
“Intanto speriamo che il dopo estate, senza per esempio l’impatto dei flussi turistici, sia un po’ più semplice e speriamo di non tornare troppo indietro con il tasso di riciclo della plastica che in Italia, con tanti sforzi, siamo riusciti a raggiungere. L’anno prossimo entreranno in funzione gli impianti ammodernati quest’anno e quelli incendiati riprenderanno il lavoro: speriamo dunque la situazione migliori. Ovviamente però ci vuole più attenzione generale: dalla politica alla filiera bisogna tutti lavorare per migliorare numero degli impianti, gestione e quantità dei rifiuti che si possono trattare. E poi ci vuole attenzione per le materie prime-seconde, quel materiale già recuperato che arriva dall’estero ad esempio”.
Perché attenzione?
“Perché dall’estero i materiali riciclati arrivano a prezzi che per noi sono irraggiungibili perché loro ovviamente non hanno i costi di raccolta che abbiamo qui, non hanno da rispettare tutte le regole Ue o i costi energetici. Inoltre non c’è un controllo delle frontiere adeguato per evitare che arrivi roba che non sia conforme alle direttive europee. Poi però finiamo, qui, per dover gestire anche quel materiale”.
Quale altre soluzioni si possono mettere in atto per migliorare il riciclo?
“Per esempio con misure di politica economica che rendano possibile un ampliamento del mercato. Mi riferisco ai criteri ambientali minimi, tra i quali sono già previsti gli acquisti verdi della pubblica amministrazione, che dovrebbero comprare almeno il 30% di materiali riciclati. Una legge che però viene totalmente disattesa. Se fosse applicata migliorerebbe le cose. Ma senza prevedere sanzioni quasi nessuno la rispetta. Un altro sarebbe aumentare le quote di uso del CSS, il materiale che deriva da tutte quelle plastiche che non sono riciclabili: si tratta di un combustibile solido secondario che può finire in cementificio a sostituire il carbon coke. Da noi c’è una regola che impone non più del 20% di uso, in Europa si va oltre il 70%. Se aumentassimo la percentuale, ricicleremmo di più e potremmo usare meno carbon coke che è tanto inquinante”.
Infine, quale appello vorrebbe lanciare alle istituzioni?
“La plastica va gestita in maniera consapevole e in maniera sostenibile ma per farlo bisogna che ci siano gli impianti e politiche economiche che ti aiutino a fare in modo che tutta la filiera funzioni. Penso a certificati bianchi per le industrie di riciclo in maniera che si abbassino i costi energetici o a crediti di imposta per chi usa il riciclato e soprattutto a investimenti in una filiera industriale importante che dà lavoro a tantissima gente. Non lasciamo che i risultati raggiunti nella differenziata e i tassi di riciclo vadano persi”.
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